• AIUTARE GLI INSEGNANTI

     

                                Un nuovo corso di formazione

    Su un campione di 100 persone rivoltisi all’A.S.Di. nel 2006,  i figli coinvolti nella separazione dei propri genitori sono stati  174, di cui 133 minori.

    Si può stimare che ogni anno in Alto Adige i figli minori coinvolti nella separazione sono circa un migliaio.

    Quando i genitori dopo la separazione collaborano tra loro riescono a far sentire che, se anche non si amano più ma si rispettano, e non hanno un rapporto ostile,possono  amare con la stessa intensità i propri figli, e la maggioranza di loro riesce a superare questo evento senza danni irreparabili per il loro sviluppo.

    La chiave di volta è comunque il come due genitori si separano,  e non la separazione in sé.

    Esistono però dei fattori di ordine sociale che non vanno sottovalutati.

    In certi luoghi e contesti,  i figli dei genitori separati sono ancora etichettati, compatiti come se questa loro condizione debba essere fonte di una loro diversità.

    “Essi rimangono talvolta vittime di un pregiudizio diffuso: ci si aspetta che, i figli di separati debbano essere inevitabilmente infelici o depressi, destinati ad avere problemi sociali, emotivi e relazionali anche da adulti” (Bernardini 1995 – Bogliolo, Bacherini 1998).

    La proposta di realizzazione dell’iniziativa in oggetto, nasce dall’idea che nella scuola si fa sempre più urgente la necessità di affrontare il disagio che l’alunno vive a causa di livelli di conflittualità familiare più o meno elevati.

    Le situazioni conflittuali, vedi ad esempio “brutte separazioni o divorzi”, si riflettono inevitabilmente sulle condizioni psicologiche di bambini ed adolescenti con conseguenti difficoltà comportamentali e/o calo di rendimento scolastico.

    Di fronte a segni più o meno visibili di sofferenza da parte degli alunni, gli insegnanti si sentono  investiti di un ruolo non solo esclusivamente educativo.

    La gestione del rapporto con l’alunno stesso, e poi con la famiglia, pone gli insegnanti in situazioni spesso problematiche  che comportano assunzioni di forti responsabilità.

    E’ quindi quanto mai opportuno offrire alla scuola strumenti utili per intervenire adeguatamente nelle situazioni difficili,  senza perdere mai di vista la preziosità della collaborazione con i genitori degli alunni.

    Un corso di formazione – aggiornamento sulle tematiche proposte (ne parliamo diffusamente a pagina 2) è perciò finalizzato al raggiungimento di due importanti obiettivi che riguardano gli insegnanti a cui il corso stesso si rivolge:

    –        Migliorare le proprie competenze rispetto al ruolo educativo, rafforzando la capacità di riconoscere e utilizzare le risorse personali, di svilupparne di nuove, di riconoscerne e modificare le condizioni che creano disagio.

    –        Favorire la condivisione dei dubbi, timori, aspettative,  attraverso il confronto e la discussione in un contesto di gruppo.

    Elio Cirimbelli

     

     

    IL MINISTRO BINDI RICEVE CIRIMBELLI

     

    L’ASDI farà parte dell’Osservatorio nazionale permanente per la famiglia

     

    Il 4 agosto scorso,   il ministro per la Famiglia Rosy Bindi ha ricevuto a Montecitorio il Direttore del Centro Asdi Elio Cirimbelli.

    L’incontro si è svolto all’insegna della cordialità. Cirimbelli ha portato i saluti del Presidente della Giunta Provinciale dott. Luis Durnwalder e dell’Assessore provinciale con le deleghe per la Famiglia Sabine Kasslatter Mur, che lo ha pregato di riferire quanto in Alto Adige si è fatto e si sta facendo per la famiglia.

    Numerosi gli argomenti trattati:

    -l’istituzione del Tribunale Unico per la Famiglia, rispetto al quale il Ministro ha dimostrato interesse con la possibilità di esaminare  una proposta di legge del 1997 degli onorevoli Jervolino-Carotti ;

    – la necessità a livello nazionale del riconoscimento giuridico del’istituto della mediazione familiare come già avviene nella provincia di Bolzano;

    – le  nuove tipologie di famiglia ed in modo particolare in riferimento alle dinamiche e problematiche che possono insorgere all’interno delle famiglie allargate.

    Cirimbelli ha consegnato al Ministro il testo della Legge Provinciale “Anticipo del contributo di mantenimento per i figli minori a carico” e i dati relativi ai risultati finora ottenuti fornitigli dall’Ufficio Famglia Donna e Gioventù della Provincia. Il Ministro non ha potuto che complimentarsi

    per quanto si sta facendo in provincia di Bolzano.

    Quanto all’ ‘Osservatorio nazionale permanente sulla Famiglia il Ministro  ha informato  che esiste già, che comunque verrà rivisto e ha invitato  Cirimbelli con la sua Associazione a farne parte. Di volta in volta, a seconda delle tematiche, verranno chiamati gli esperti dell’Asdi stesso.

    Elio Cirimbelli  ha illustrato anche la proposta presentata a livello provinciale di istituire una sorta di “Valutazione di impatto familiare” sulla scorta di quanto di quanto avviene per l’ambiente. Il VIF dovrà valutare di volta in volta le conseguenze sulle famiglie  di leggi, ordinamenti, provvedimenti e iniziative economiche, sociali, culturali.

    Il ministro Bindi non solo si è detta convinta  che uno strumento del genere sia di fondamentale importanza  per la salvaguardia della famiglia e dei loro diritti, ma ha annunciato di aver  già presentato, nel luglio scorso, una proposta analoga in Commissione Affari Sociali. Il ministro ha chiesto dati e collaborazione all’ASDI.

    Decisamente un incontro produttivo durante il quale il Ministro Rosy Bindi e il Direttore Asdi Elio Cirimbelli  si sono trovati sulla stessa lunghezza d’onda e che si è concluso con la promessa da parte del Ministro di venire a Bolzano in visita al  nostro centro.

     

     

                                 PAPA’ QUESTA VOLTA DOVE MI PORTI?

     

    Nel gennaio del 2004 è stata inaugurata a Bolzano la prima casa accoglienza per papà separati in grave situazione sociale ed economica. E’ il primo appartamento pensato per dare una risposta concreta a questo tipo di problema. Si realizza grazie ad una collaborazione in “rete” tra due organizzazioni che nella città di Bolzano operano nel sociale ormai da parecchi anni. Sono l’associazione ASDI e la cooperativa “Casa-Haus”.

     

     

    Alcune riflessioni sul senso del progetto

     

    Quando nel dicembre del 2000 la coop. sociale “Casa-Haus” e l’A.S.DI. (Associazione Separati e Divorziati) ipotizzarono la realizzazione di un luogo abitativo capace di essere di supporto a quei papà separati e divorziati in gravi difficoltà economiche e relazionali, l’intenzione fu quella di riuscire ad unire nel più breve tempo possibile le capacità operative delle due organizzazioni a beneficio di queste persone. Da qui l’idea di un progetto in rete che desse soprattutto risposte concrete ad un disagio che, in Alto Adige, affligge purtroppo molte singole persone. In Alto Adige, come nel resto d’Italia, sempre di più sono le famiglie che scoppiano e che arrivano a separarsi  e successivamente a divorziare.

    Una ricerca statistica condotta nel 2002 sul territorio nazionale ha rilevato che ci sono 6 divorzi ogni 10.000 abitanti, mentre nella provincia di Bolzano salgono a 7. La media europea è però ben più alta, 19 divorzi ogni 10.000 abitanti. Sempre in Italia i figli minori vengono affidati alla madre nell’84/85 % dei casi, sia che l’evento riguardi la separazione o il divorzio. L’età media degli uomini separati è di 42 anni e sale a 45 anni nei divorzi. Per le donne è di 39 anni nelle separazioni e di 42 anni nei divorzi. Coppie quindi ancora giovani con la presenza quasi sempre di figli minori. Per quasi l’87% dei casi i figli vengono affidati alla madre che per il 56% circa ottiene anche la possibilità di rimanere ad abitare in quella che era la casa del nucleo familiare di origine.

    Le persone coinvolte nelle separazioni o nei divorzi vivono quindi momenti di grande tensione e disperazione dovuti alla perdita, a volte anche improvvisa, di punti di riferimento vitali, di persone, di amici, di abitudini, di benessere anche economico.

    Ma al di là di altre oggettive problematiche come per esempio: dover ricostruire una propria vita relazionale e sociale; dover mediare continuamente la relazione con l’altro partner separato; dover gestire diversamente e più intensamente i tempi e gli impegni della giornata; accordarsi sui costi correnti da sostenere; come far fronte e condividere i costi di un eventuale mutuo contratto magari qualche anno prima per l’acquisto di una casa;  ecc.;  sono poi i figli, spesso presenti in famiglia e ancora piccoli, a rimetterci più di tutti.

    Queste famiglie spezzate nei loro valori e nei loro sentimenti mostrano quindi, in modo quasi inevitabile, tutta una serie di malesseri e tensioni dovuti spesso all’instaurarsi di conflitti interpersonali, all’incapacità di superare problematiche di tipo economico oppure dovute alla riorganizzazione della propria vita personale. I riflessi inevitabili di questa nuova e a volte esasperata condizione di vita, si ripercuotono sui figli. I figli, spesso vittime designate, diventano ostaggio affettivo o elemento di sfogo nelle relazioni post-matrimoniali.

    E’ quindi indispensabile evitargli qualsiasi tipo di sofferenza costruendo, intorno a ciò che rimane della relazione madre-padre,  un rapporto e una serie di elementi che assicurino ai figli stessi la presenza di consapevoli e condivisi ruoli genitoriali. I genitori, pur nella consapevolezza di fare ormai scelte personali diverse, devono poter essere ancora punti di riferimento sani ed equilibrati e capaci di offrire ascolto e affettività.

    E’ questo uno degli elementi fondamentali che ci ha portato a realizzare questa casa accoglienza per i papà separati o divorziati.

    L’altro elemento molto forte che nella nostra realtà altoatesina emerge in modo evidente è l’impossibilità per molti uomini di far fronte al costo della vita e soprattutto di poter pagare il canone d’affitto di un appartamento che, dalle nostre parti, è esageratamente elevato.

    Riflettendo ancora su questa casa per papà separati, bisogna riconoscere che andiamo controcorrente rispetto alla realtà, e  all’immaginario che c’è tra la gente comune, che vede spesso la donna come elemento di grande sofferenza nell’atto della separazione e del divorzio e in ciò che consegue. Ciò è senz’altro vero. Ma è anche l’uomo a soffrire di particolari condizioni sociali ed economiche sfavorevoli. Tra queste l’impossibilità, con il poco che gli rimane in tasca, di poter vivere e di poter pagare l’affitto che, ecco perché esagerato, per un appartamento di 40 mq. netti nella città di Bolzano, può arrivare a costare anche  8/900 Euro al mese. E’ un impegno economico spesso insostenibile o improponibile, se lo sommiamo ad altri costi dovuti o necessari per sopravvivere.

    Non sapere dove vivere con certezza porta di conseguenza a dover affrontare ancora  altri tipi di problemi, spesso inevitabili ed insuperabili  o comunque  non meno difficili rispetto a quelli già citati. Come ad esempio l’incapacità di gestire in modo continuativo e sereno le relazioni con i figli; l’incapacità di mantenere un giusto equilibrio con altri tipi di legami o relazioni, come quelli parentali o amicali; l’incapacità di trovare la giusta tranquillità e concentrazione per continuare ad impegnarsi nel proprio lavoro e non rischiare di essere licenziati.

    Ma l’aspetto che più ci ha legato a questo progetto è stato quello di caratterizzarlo secondo una finalità ben precisa. Consentire a questi genitori di poter continuare a svolgere con serenità ed equilibrio, per l’appunto, la loro funzione di padri nei confronti dei loro figli. In un luogo certo e sicuro, dignitoso e accogliente.

    Ci siamo chiesti cosa voglia dire per un figlio sapere di avere un padre che non ha un luogo fisso dove poter vivere. E sapere di doversi incontrare con lui di sfuggita, magari in un bar, in un ristorante, al cinema perché il proprio padre dorme da amici, in una stanza d’albergo, in macchina, in ufficio o anche in un garage.

    E per un padre sentirsi dire dal proprio figlio “Papà, questa volta dove mi porti?”

    Cosa può fare un padre, che vive una quotidianità difficile, per proporsi come modello genitoriale positivo ed affidabile?

    La casa, o per lo meno un proprio spazio di vita, rappresenta senz’altro quel luogo privilegiato che facilita la comunicazione, che aiuta la comprensione, che rinforza la relazione  affettiva.

    La cooperativa sociale “Casa-Haus” e l’associazione “A.S.DI.”

    La coop. sociale “Casahaus” (s.c.a.r.l.) e l’associazione A.S.Di  operano ormai da molti anni nel campo del disagio sociale.

    L’associazione A.S.Di. è stata una dei primi servizi specializzati sul territorio provinciale (1986) che si è occupata professionalmente della sofferenza del nucleo familiare giunto al termine del suo percorso comune e condiviso. Dispone di un’efficiente équipe operativa composta da assistenti sociali, mediatori familiari, psicologi psicoterapeuti, avvocati e operatori sociali che coordinano gruppi di ascolto e di auto-mutuo-aiuto.

     

    La coop.sociale “Casa-Haus” è operativa dal 1991 e da allora offre progetti socio-abitativi alternativi a persone diversamente abili o che presentano varie difficoltà o un disagio sociale dichiarato. La cooperativa gestisce, attraverso normali contratti d’affitto, una serie di appartamenti all’interno dei quali poi ospita queste persone.

    Entrambe queste due realtà possiedono specifiche capacità e professionalità in grado di poter rispondere in modo preventivo e concreto a varie emergenze, tra cui anche quella specifica di padri separati o divorziati, che a volte, in modo improvviso e disperato, non sanno risolvere con consapevolezza e in tempi rapidi il proprio problema di tipo abitativo, quello economico e di conseguenza anche quello sociale.

    Questo progetto offre a questi padri uno spazio fisico, ma anche mentale, in grado di consentire loro la realizzazione di un sano e dignitoso rapporto con i propri figli ma anche la possibilità di ricomporre o ritrovare un proprio equilibrio psichico.

    Non sono forse anche questi padri, spesso disperati,  soggetti a rischio sociale? Soprattutto nella misura in cui, oltre alle difficoltà di capire cosa gli sta succedendo, non hanno la forza di vivere e gestire con serenità e immediatezza la quotidianità della loro vita?

    Come Casa-Haus e A.S.Di.  pensiamo che questi padri, ma soprattutto i loro figli, abbiano il diritto di poter trovare, attraverso la tranquillità del reciproco ascolto, nuove risposte al loro nuovo modo di stare insieme. Una casa o un tetto dove ripararsi, gestito attraverso una collaborazione progettuale reciproca e continua, può tentare di dare delle risposte serene a queste situazioni d’emergenza.

     

    Giorgio Ballarin

    operatore volontario e membro del C.d.A della cooperativa di solidarietà sociale “Casa-Haus” – s.c.a.r.l,

    via Carducci, 9

    39100 Bolzano

    tel. 0471-978477

    e-mail = casahaus@virgilio.it

     

     

                          

                         BIBLIOTECA

                          Vi consigliamo

     Il CACCIATORE DI AQUILONI

    Khaled Hosseini

     

     

    Si dice che il tempo guarisca ogni ferita. Ma per Amir il passato è una bestia dai lunghi artigli, pronta a racciuffarlo quando meno se lo aspetta. Sono trascorsi lunghi anni dal giorno in cui la vita del suo amico Hassan è cambiata per sempre in un vicolo di Kabul. Quel giorno Amir ha commesso una colpa terribile. Così, quando una telefonata inattesa lo raggiunge nella sua casa di San Francisco, capisce di non aver scelta: deve tornare a casa per trovare il figlio di  Hassan e saldare i conti con i propri errori mai espiati. Ma ad attenderlo a Kabul non ci sono solo i fantasmi della sua coscienza: c’è una scoperta sconvolgente, in un mondo violento e sinistro dove le donne sono invisibili, la bellezza è fuorilegge e gli aquiloni non volano più.

     

     

    C’E’ CONOSCENZA E CONOSCENZA

             “Non si vede bene che col cuore

    di Dario Fridel

     

    C’è una conoscenza che deriva dall’accumulo di informazioni. Antonio si presenta dicendo dove è nato, che studi ha fatto; parla del lavoro, della famiglia, dei figli, dei suoi hobby e dei suoi rapporti. Luisa lo incalza con altre domande e cerca di avviare uno scambio di pareri sul terreno in cui si sente più coinvolta e dove si potrebbe rafforzare la reciproca amicizia. Quando ritengono di conoscersi a sufficienza, si concedono qualche intimità maggiore e magari anche si sposano perché sono convinti di conoscersi. Sulla base della stessa convinzione di conoscersi possono però anche arrivare, più tardi, a non avere più interesse l’uno per l’altro e a decidere di non essere fatti per stare insieme. Se la rottura è dolorosa il giudizio su l’altro sarà ancora di ordine oggettivo e caratterizzato dalla sicurezza di sapere dove risiedono le responsabilità.

    Questo tipo di conoscenza tende a considerare l’altro un oggetto da studiare e suppone che essa sia la conseguenza di un accumulo di dati. Nasce da un bisogno di controllo sulla realtà che mi circonda. Per cui ad un certo punto la curiosità si chiude perché credo di conoscere il mio interlocutore o lo ascolto senza vero interesse perché tanto “so già tutto”. A quel punto colgo dell’altro solo ciò che conferma il mio pregiudizio. E’ l’inizio della noia, del bisogno di cambiare aria, magari anche del disinteresse e del fastidio. Può anche darsi che la crisi non esploda apertamente solo perché si sviluppano insieme degli interessi esterni evasivi, economici, o d’altro genere.

    Ma c’è un’altra conoscenza. Fabio si presenta all’appuntamento piuttosto impacciato. Maria lo nota, ma invece di incominciare a farsi di lui un’idea gli manifesta la sua impressione. “Non mi sembri a tuo agio. Ti vedo piuttosto impacciato”. “Sì è vero – conferma Fabio. – sempre, di fronte ad una situazione nuova e nell’approccio con persone che mi sono estranee, emerge questo mio caratteraccio”. “Mi sembra di capire che questo aspetto di te non lo sopporti” rincalza Maria. E lui: “Lo ho sempre odiato, specie quando ero piccolo e miei genitori mi volevano più spontaneo e poi più tardi, quando i compagni più disinvolti riuscivano più in fretta a farsi notare”.

    Qui Maria non è andata alla ricerca di informazioni. Si è concentrata subito su Fabio e sui suoi sentimenti. Questo interesse, frutto di un ascolto empatico, ha sciolto la confidenza di quello, al punto che in pochissime battute già ha manifestato –forse suo malgrado – aspetti importanti di se stesso e del suo vissuto. Non ha ancora detto niente della sua famiglia, della sua professione, delle sue competenze; è già si sente capito. C’è da supporre che Fabio cercherà di contraccambiare l’interesse di Maria con uno stile simile: da persona a persona, bandendo ogni tendenza al giudizio, alimentando il bisogno di conoscersi sempre più, il rispetto reciproco, l’ammirazione per l’unicità dell’altro, il piacere di chiarirsi, di confrontarsi, di crescere insieme. Su questa base l’altro è sempre altro. Sentirò sempre il bisogno di scoprirlo da altre angolature. Se arrivo anche a tensioni grosse bloccherò la tendenza al giudizio e ricorrerò ad una comunicazione schietta di quello che provo dentro…lasciando così aperta la possibilità all’altro di manifestarsi a sua volta e di tener conto dei miei risentimenti. Alla fine della vita avrò ancora voglia di scoprire il mistero della persona che mi è stata sempre accanto. Ha proprio ragione Antoine de Sant-Exupèry, quando fa esclamare al piccolo principe: Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

     

     

    LE CONSEGUENZE DELLA CONFLITTUALITA’ FAMILIARE SULLO SVILUPPO PSICOAFFETTIVO DEL BAMBINO E DEL PREADOLESCENTE

     

    Un corso di formazione – aggiornamento

    per insegnanti della scuola materna, elementare e media

     

    Premesse

    Sempre più spesso le problematiche del disagio familiare trovano espressione ed esternazione nella scuola, dove modalità di comportamento inadeguate e scarsità del rendimento fanno del rapporto insegnante – alunno “UN INCONTRO SPESSO DIFFICILE”.

    Il fanciullo trova nel contesto scolastico il luogo preposto a manifestare la sofferenza e i disagi che possono avere in famiglia.

    Senza dubbio la scuola, in quanto importante agenzia educativa, costituisce un luogo privilegiato per l’intervento di aiuto al minore che si trova in difficoltà.

    Ma i segnali inviati dal bambino per esprimere disagi e difficoltà non sono sempre facilmente interpretabili dall’adulto e necessitano quindi di specifiche modalità di lettura.

    Agli insegnanti è richiesto perciò di entrare in possesso degli strumenti necessari per sostenere e accompagnare l’alunno nel suo processo di crescita, collaborando in maniera competente ed efficace con la famiglia.

     

    Destinatari dell’iniziativa

    Insegnanti della Scuola materna, elementare e media. E’ previsto un numero massimo di 20 partecipanti. La partecipazione è gratuita.

     

    Finalità

    Il corso si propone di:

    –        illustrare agli insegnanti gli aspetti fondamentali relativi alle problematiche familiari che, nelle loro dinamiche, rendono i figli, in prima persona, vulnerabili ed esposti alla sofferenza e a difficoltà psico-socio-affettive;

    –        aumentare, negli insegnanti, la capacità di gestire, nel lavoro scolastico quotidiano, le situazioni relazionali problematiche.

     

    Obiettivi specifici

    Aiutare gli insegnanti:

    –        a capire quando il bambino vive il disagio nella famiglia, quando lo vive nella scuola, e leggere alcuni comportamenti come segnali;

    –        a gestire le difficoltà espresse dal bambino, sia in un rapporto individuale privilegiato, sia all’interno del gruppo – classe;

    –        ad istaurare un rapporto collaborativo con i genitori in funzione del benessere dell’alunno.

     

    Contenuti del corso

    1. principali dinamiche relazionali della coppia e della famiglia;
    2. dinamiche della coppia dopo la separazione;
    3. famiglie sane e famiglie disfunzionali;
    4. lo sviluppo psicoaffettivo del bambino e del preadolescente;
    5. funzione e ruolo del figlio nella famiglia conflittuale;
    6. i disturbi affettivo-relazionali in età evolutiva come effetto del disagio familiare;
    7. modalità di lettura dei comportamenti inadeguati del bambino e del preadolescente;
    8. modalità operative di intervento con gli alunni problematici;
    9. legislazione in materia minorile e tutela dei diritti dei minori in famiglia e a scuola
    10. la mediazione familiare.

     

    Metodologia

    Gli incontri prevedono una parte di trattazione teorica del tema ed una parte di dibattito e/o lavori di gruppo con tecniche interattive.

     

    Tempi

    Il I° percorso si svolgerà nell’arco di tempo di un mese e mezzo circa e si articolerà su 8 incontri della durata di 2 ore ciascuno (dalle 17.30 alle 19.30) con cadenza settimanale a partire dall’11 gennaio 2007 e terminerà il 1° marzo 2007.

     

    COME AFFRONTARE I CONFLITTI. IL RUOLO DELLA “SCENA MADRE”

     

     

    2 parte

     

    Individuare e risolvere la “scena madre”.

    Nella coppia ci si ritrova spesso a vivere discussioni e conflitti che hanno qualcosa in comune e che sono prevedibili. Si tratta di situazioni in cui ci viene da dire:”Ecco, ci risiamo”. Queste situazioni possono essere definite “scena madre”, perché la coppia ricopre, in continuazione, gli stessi ruoli, con le medesime battute che portano ad un prevedibile finale, che lascia i contendenti esausti e furibondi. Nella scena madre il conflitto ha qualcosa di prevedibile, come se i contendenti stessero seguendo una  sceneggiatura con ruoli e battute predefiniti. Il conflitto si ripete, e non viene risolto, perchè il motivo che sta alla base non è compreso. Con il passare del tempo si sviluppa un modello stimolo-risposta, rigidamente ripetuto, in cui una battuta porta alla successiva e le due persone coinvolte si ritrovano a combattere vecchie battaglie.
    Un esempio è quello di Mario e Giovanna che abbiamo già visto nella pagina sul modello relazionale. La loro scena madre è rappresentabile nel modo seguente:

     

    Mario torna a casa dal lavoro e saluta Giovanna con un bacio ed un abbraccio. Giovanna dice: “Stasera vorrei pianificare le nostre vacanze. Quest’anno vorrei che fossero speciali in un posto esclusivo”. “Ma non avevamo detto che saremmo andati in vacanza da mia sorella in campagna? Lo sai che non possiamo permetterci una vacanza costosa” risponde Mario. Giovanna ribatte stizzita:”Certo con il lavoro che fai e con quello che guadagni non possiamo mai permetterci qualcosa di speciale; non l’abbiamo fatto neanche per il nostro viaggio di nozze”. “Il mio lavoro mi piace e non intendo cambiarlo anche se guadagno poco. Non sono certo abituato come te a fare vacanze costose. La tua famiglia poteva permetterselo, ma per me è più importante  stare tranquillo e riposarmi in un posto naturale” ribatte Mario. “Pensi solo al riposo ed alla tranquillità. Non ci sono solo i parenti, c’è tanto da vedere in questo mondo. Io vorrei fare esperienze nuove, conoscere altra gente e viaggiare. Con te faccio sempre le solite cose. Basta avere il coraggio di cambiare, un po’ di inventiva, un po’ di ambizione, ma mi sembra invece che ti manchino” afferma Giovanna. A questo punto Mario si ritira, imbronciato, in camera. Più tardi hanno di nuovo una discussione e Giovanna s’infuria ed urla. Mario decide di dormire sul divano.

    Uno dei compiti fondamentali della coppia consapevole è identificare, comprendere e risolvere la “scena madre” che, inevitabilmente,  si presenta al suo interno.

    Il primo passo è l’identificazione della “scena madre”, vale a dire la consapevolezza che nella coppia ci sono situazioni di conflitto che si ripetono e che creano modelli automatici di risposta. Quindi conoscere la sua dinamica di base: da cosa è provocata, che cosa avviene, come termina di solito.

    Il secondo passo è comprendere quali sono i bisogni insoddisfatti che stanno alla base della scena madre. Guardandola più in profondità si scopre, infatti, che la scena madre è motivata da un bisogno rimasto insoddisfatto nel nostro passato. Si tratta di comprendere  qual è la ferita ancora dolorante del passato riattivata nella scena madre, facendo uno sforzo per risanarla. Non appena la persona che ci sta accanto esaudisce il bisogno profondo, rimasto insoddisfatto, comportandosi con noi in maniera diversa da come si sono comportati i nostri genitori, la ferita comincia a guarire ed il conflitto si risolve.

    Il terzo passo è riscrivere la sceneggiatura della scena madre in cui ci si sforza di non ripetere i soliti ruoli o le solite battute. Si scrive un nuovo copione, consapevole,  in cui si hanno nuovi modi d’esprimersi e di comportarsi.
    Non è un compito facile, ma è assolutamente necessario per avere un diverso finale.

    Trasformare le frustrazioni in specifiche richieste di modifica del comportamento.

    Siamo abituati ad esprimere le nostre frustrazioni sotto forma di critiche e lamentele: “Non mi hai mai detto..” “Tu non fai mai..” ecc. Ma cosi facendo otteniamo solo conflitti, rabbia ed atteggiamenti difensivi.
    La tecnica della Richiesta di Cambiamento Comportamentale permette alle coppie di convertire le loro frustrazioni in desideri e poi in richieste specifiche, positive e realizzabili. In fondo, una frustrazione non è altro che un desiderio affermato negativamente. Quando affermiamo ad es: “Odio quando rientri tardi la sera”, al di sotto ci può essere un desiderio di considerazione e rispetto, che potrebbe essere formulato nei termini di “Mi piacerebbe che arrivassi puntuale”. Questo desiderio può essere a sua volta trasformato in una specifica richiesta di cambiamento del comportamento del tipo: “Se ritarderai oltre un quarto d’ora, vorrei che mi chiamassi mezz’ora prima d’uscire per dirmi che farai tardi”.
    In una relazione consapevole ciascun partner cambia per adeguarsi alle esigenze della controparte. Con la tecnica della richiesta di modifica del comportamento s’identificano i desideri alla base delle vostre frustrazioni e li comunicate al partner, senza esprimere alcuna critica.

    Tratto dal sito “ www.coppieincrisi.it”


     

                                               L’ ESPERTO RISPONDE

     

    Avv. David Biasetti

     

     

    Troppo spesso si rivolgono o scrivono al nostro Centro persone le quali chiedono chiarimenti in merito alle più svariate situazioni che si trovano a vivere in un momento difficile della loro vita che è la separazione. In questo spazio i nostri avvocati rispondono ad alcune delle vostre domande.

     

     

    E’ in atto un gran parlare e discutere, e non solo tra gli operatori della materia, della nuova legge sull’affidamento congiunto (L. 54/06).

    Nella nuova normativa, tanto commentata e -non a torto- tanto criticata, giace però quantomeno uno spirito condivisibile. In precedenza la formulazione codicistica prevedeva l’affidamento a uno dei due genitori; ma, nonostante l’esercizio della potestà fosse rimesso al genitore affidatario, era comunque previsto che tutte le scelte più importanti concernenti i minori dovessero essere assunte congiuntamente, e che spettava al non affidatario il compito, il diritto-dovere, di sorvegliare il modus in cui l’affidatario gestiva la figura dei figli.

    Ma se affidamento significa convivenza, quotidianità del rapporto con i figli, potestà significa “scelte importanti”, per cui esprimere il concetto di potestà congiunta (dell’attuale normativa) o il concetto di scelte da assumersi congiuntamente (della precedente normativa) equivale ad esprimere la medesima nozione.

    Ma lo stabilire, nella nuova normativa, che la potestà e l’affidamento vengono ad essere esercitati congiuntamente, ha messo fine (o ha cercato di metter fine) a quello che era il presunto strapotere con cui troppi genitori affidatari si ritenevano in diritto di escludere l’altro genitore da scelte anche importanti, nel presupposto che “l’affidamento è mio”.

    La nuova legge non viene a modificare se non lo spirito con cui dovrà essere uniformato il rapporto genitori-figli in presenza di una separazione; ma di fatto non ha riformato gran che, in quanto l’unico concetto realmente innovativo introdotto, ovvero quella della condivisione del tempo che i figli trascorrono con entrambi i genitori, se sulla carta può sembrare improntato a maturità e buon senso, dall’altra diventa nella pratica quasi sempre irrealizzabile.  L’affidamento congiunto era peraltro già praticato da almeno una quindicina di anni da tutti i Tribunali più avanzati, ma restava spesso tale solo sulla carta: non si contano i casi di padri non affidatari, che pur con l’affidamento dei figli alla moglie, li incontravano tutti i giorni; e padri con scritto in sentenza l’affidamento congiunto, che frequentavano i figli una volta al mese, ed a posto con la loro coscienza.

    Ma di fatto, anche con la novella portata dalla 54/06, l’affidamento congiunto, diventato ipotesi “standard”, si può realizzare in un caso ogni cento, ovvero qualora sia effettivamente possibile dividere il tempo che i figli trascorrono con entrambi i genitori, ovvero nella forma di affidamento alternato.

    E’ l’ipotesi di un ragazzo quindicenne, che dispone di un mezzo di locomozione, di genitori che abitano vicini, entrambi con la stessa gerarchia e scala di valori e di metodi educativi, che diventa quindi arbitro della situazione, decidendo di trascorrere venti giorni dal padre, poi un mese dalla madre, poi altri quindici dal padre, etc. in questo modo minimizzando ai propri occhi le conseguenze negative dell’intervenuta frattura familiare, in quanto avrà modo di godersi appieno entrambe le figure genitoriali.

    Ma se effettuiamo una divisione chirurgica del tempo che un bambino di tre anni trascorre con i genitori, ovvero tre notti e mezzo con il padre e tre notti e mezzo con la madre (o una settimana a testa, o un mese a testa), un tanto significherà vederlo ricoverato in psichiatria prima che la separazione compia sei mesi di vita.

    Regolare quindi una separazione con un “affidamento congiunto ma con collocazione principale presso la casa materna” o con un “affidamento alla madre” significa quindi esprimere, in punto quantum dei rapporti, delle situazioni molto simili, in quanto un ampio rapporto figlio-padre non è davvero escluso dal mero affidamento alla madre. E significa comunque lasciare la gestione priamria del figlio al genitore non più affidatario ma “collocatario”, non potendo comunque il “non collocatario” intervenire sulle scelte che riguardano lo stretto quotidiano, salvo che non si appalesino in pregiudizio con gli interessi del minore stesso; potere di intervento che comunque sussisteva anche con la vecchia formulazione.

    Anche per quanto concerne i rispettivi oneri di mantenimento, lo spirito è condivisibile, ma irrealistico.

    Trattasi analogamente di ipotesi realizzabili in un caso ogni cento: il padre che si vede recapitare dalla moglie la nota di quanto speso al supermercato potrà sempre eccepire che in questa spesa sono compresi anche i consumi della moglie stessa; il padre che riceve la comunicazione che la moglie ha acquistato per la figlia una maglietta di colore blu, potrà non pagare la propria quota perché la preferiva a quadrettoni verdi. Una madre che paga un affitto o un mutuo deve essere aiutata dal marito, e non potrà limitarsi unicamente a chiedere una divisione delle spese alimentari e di vestiario sostenute per i ragazzi. Migliaia possono essere gli esempi di possibile litigio tra ex coniugi.

    La nuova normativa è stata ironicamente definita come “la separazione del Mulino Bianco”, in quanto pare pretendere che due coniugi arrivati ai ferri corti nel rapporto di coniugi si incontrino in tutto e per tutto nella separazione, quando i conflitti invece quasi sempre esplodono all’ennesima potenza.

    Ammirevole l’intento quindi, ma del tutto irrealistico. Non per nulla i giudici di tutti i Tribunali sono comunque orientati nel senso di imporre comunque una contribuzione fissa a carico del genitore non collocatario, che il collocatario amministrerà, ovviamente aggiungendo anche la propria quota in proporzione alle proprie possibilità economiche.

    Di fatto, un terremoto annunciato ma non realizzatosi, in quanto la novella ha apportato ben poco come novità, abortendo peraltro la richiesta -pur formulata da diverse parti sociali- che in ogni separazione intervenisse quanto meno un mini-tentativo di mediazione, onde insegnare ai separandi ad interpretare la loro frattura quali coniugi, non quali genitori, e circa il modus in cui gestire giorno per giorno una separazione, evitando che ai figli, vittime della loro scelta, le conseguenze divengano incalcolabili.

    Cosa sulla quale anche noi avvocati, ai nostri clienti, non riferiremo mai abbastanza.

     

     

    SENTENZE

     

    Un giovane con capacità ed esperienza lavorativa può cambiare facilmente attività

    Da non mantenere figlio che guadagna poco

    I figli maggiorenni con un lavoro non hanno diritto al mantenimento, anche se svolgano una attività non redditizia. Lo ha stabilito la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione confermando una sentenza della Corte di Appello di Genova che aveva dato ragione all’ex marito che si era rifiutato di mantenere il figlio che, ormai maggiorenne, era da alcuni anni a capo di una attività commerciale, nonostante gli affari non andassero bene. Per la Suprema Corte, infatti, pur essendo vero che il figlio non aveva l’indipendenza economica, la soluzione preferibile sarebbe stata quella di cambiare lavoro, cosa non difficile per chi sia in possesso di capacità ed esperienze lavorative, piuttosto che insistere nel mantenimento di una attività non redditizia.

    (Cassazione 26259  12 gennaio 2005)

    Le uscite serali e le battute contro la moglie non bastano per addebitare la separazione

    Non ha colpe il marito che fa le vacanze da solo

    La separazione coniugale non può essere addebitata al marito solo per il fatto che questi usciva da solo la sera e trascorreva le vacanze da solo. Lo ha stabilito la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione respingendo il ricorso di una signora che chiedeva l’addebito della separazione all’ex marito a causa della sua infedeltà coniugale, sostenendo che questa fosse dimostrata dalle frequenti uscite dell’uomo da solo e dal fatto che aveva trascorso le vacanze da solo. Secondo la Suprema Corte un simile comportamento non può essere di per sé indice di infedeltà coniugale, occorrendo in proposito prove concrete; né causa dell’intollerabilità della convivenza coniugale può essere considerata la tendenza del marito a fare battute sulla moglie in presenza degli amici, essendo in tali occasioni le frasi pronunciate per scherzo. (Cassazione 23071  21 dicembre 2005)

    La moglie con un reddito più alto deve versare il mantenimento oltre agli alimenti

    Assegno anche per l’ex marito disoccupato

    In caso di divorzio la ex moglie che percepisca un reddito di gran lunga superiore a quello dell’ex marito rimasto senza lavoro può essere obbligata a versare un assegno di mantenimento. Lo ha stabilito la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, specificando che non vi alcuna correlazione tra l’assegno di divorzio e l’importo della pensione sociale. In particolare, la Suprema Corte ha affermato che il diritto all’assegno matura in capo al coniuge che si trovi in difficoltà economiche che non gli consentano un tenore di vita analogo a quello tenuto durante il matrimonio, e che l’assegno di mantenimento può essere attribuito indipendentemente dal fatto che il coniuge ricorrente avesse chiesto gli alimenti, in quanto questo ha natura più ampia e deve tenere conto del reddito di entrambi i coniugi

    (Cassazione 21393   12 dicembre 2005)

    Il consenso al matrimonio non può essere sottoposto a condizioni

    Nozze nulle in caso di patto tra coniugi per non avere figli

    Il matrimonio è nullo in caso di accordo preventivo tra i coniugi per non avere figli. Lo ha stabilito la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione confermando la nullità delle nozze stabilita dal Tribunale ecclesiastico nei confronti di due coniugi che avevano stipulato un patto, anteriore al matrimonio, con il quale decidevano di non avere figli, subordinandone la nascita al verificarsi di determinate condizioni. Secondo la Suprema Corte il matrimonio non può essere sottoposto a condizioni, e pertanto l’accordo per non avere figli, se stipulato prima delle nozze, incide sulla libertà del consenso dei coniugi rendendo nulle le nozze, tanto più quando risulti provato ”l’accordo simulatorio raggiunto dai coniugi durante il matrimonio e dimostrato dall’uso costante di accorgimenti anticoncezionali”.

    (Cassazione 12010  02 settembre 2005)

    Si tratta dell’istruzione alle sedi dell’Istituto

    I requisiti per la quota di pensione al divorziato

    Nota operativa Inpdap 2/2006)

    L’INPDAP ha emanato la Nota operativa n. 2 del 9 gennaio 2006 per l’applicazione da parte delle proprie Sedi delle norme sull’attribuzione di una quota di pensione indiretta o di reversibilità al coniuge divorziato a seguito dell’art. 5 della legge 28 dicembre 2005, n. 263, in base al quale il coniuge superstite divorziato per potere ottenere la quota di pensione deve essere già titolare dell’assegno divorziale attribuitogli con sentenza dal Tribunale competente. L’INPDAP, al riguardo, ha precisato che in concreto, ai fini della corresponsione della pensione di reversibilità all’ex coniuge divorziato è necessaria la preesistenza di una pronuncia positiva del giudice sul divorzio sulla spettanza dell’assegno divorziale. Inoltre, la quota di pensione spettante all’ex coniuge divorziato deve sempre essere attribuita dal tribunale, ancorché detto ex coniuge sia titolare di assegno divorziale. Le Sedi provinciali e territoriali potranno provvedere a concedere la pensione di reversibilità in via amministrativa e secondo le consuete modalità, nel caso di morte dell’ex coniuge e di assenza del coniuge superstite che abbia i requisiti per la pensione di reversibilità. (Nota operativa Inpdap  15 febbraio 2006)