• PER NATALE MENO SOLI

     

     

    Anche quest’anno ci saranno tante famiglie che non trascorreranno il Natale insieme.

    Il mio pensiero va a queste persone, a questi genitori, ai loro figli che magari si vedranno contesi tra un genitore e l’altro, perché una sentenza ha stabilito che il Natale si passa con la mamma e la Pasqua con papà.

    Il mio pensiero va anche a chi si è separato e non ha figli , a chi non ha familiari o amici, a chi è e si sente più solo che mai.

    Vorrei che il mio pensiero potesse essere di aiuto e di sostegno a queste persone, aiutandole  a sentirsi meno sole, e se hanno fede invitarli a credere che anche nei momenti più bui della vita possono intravedere ancora la luce.

    Il mio pensiero va anche a giovani fidanzati che magari si sono appena lasciati, ai primi grandi amori finiti. Anche per loro è Natale ed anche loro sentiranno il vuoto e la solitudine pesare più che mai.

    Un giorno un amico mi ha detto: “come si fa ad assaporare la gioia , senza prima aver provato il dolore”.

    Anche la separazione, magari non voluta, certamente non preventivata, è un evento  che fa parte della nostra vita. Cerchiamo di far tesoro di quest’esperienza per regalare e regalarci un Natale all’insegna dell’amore e della solidarietà. Sono consapevole che non è sufficiente un pensiero per alleviare tante sofferenze, pertanto vorrei invitarvi virtualmente a tenerci tutti per mano  il giorno di Natale e fare qualche telefonata a chi sicuramente sta peggio di noi.

    Mi unisco a voi tutti con un grande abbraccio.

     

     

    Il Direttore del Centro Asdi

    Elio Cirimbelli

     

    AMAREZZA DEL SINODO DEI VESCOVI

    Una questione ancora aperta

     

    Nessuna risposta alle attese dei cristiani divorziati di potersi accostare ai  Sacramenti.

     

    In questi giorni ho ricevuto molte telefonate da parte di tante persone che vivono “il dramma dell’esclusione dai sacramenti”. In modo particolare mi ha colpito l’affermazione di alcune di queste, che conosco personalmente (cattolici praticanti, in cammino…), che non so se per provocazione o in modo serio, vorrebbero farsi “cristiani ortodossi”.

    Qualche anno fa scrivevo quanto segue in occasione di un sinodo dei Vescovi. Ho seguito con attenzione il Sinodo attuale e purtroppo mi rattrista vedere e constatare che alla fine è rimasta “una questione aperta”. Ancora una volta la Chiesa cattolica romana non ha saputo dare una risposta “alla sofferenza di tante persone ed alla loro sete di Dio”.

    In occasione dell’Anno Giubilare, avevo scritto al Santo Padre con la speranza che almeno in quell’anno così particolare si potesse trovare un eccezione e dare la possibilità ai cristiani divorziati di accostarsi ai sacramenti della Riconciliazione e della Comunione.

    Oggi mi rivolgo in particolare a Sua Eminenza il Cardinale Joseph Ratzinger affinché in occasione del Sinodo dei Vescovi che si terrà in ottobre del  2001, possa trovare uno spazio per affrontare nuovamente questa tematica e dare ascolto a questa “sofferenza”.

    E proprio riprendendo l’affermazione del Cardinale Ratzinger, i fedeli divorziati e risposati rimangono membri del Popolo di Dio e devono sperimentare l’amore di Cristo e la vicinanza materna della Chiesa, essi non sono esclusi dalla comunità ecclesiale, si raccomanda il superamento di un linguaggio che indichi ‘riammissione’ o ‘accoglienza’ dal momento che rimangono ‘membri del Popolo’ di Dio, le mie proposte sono:

    –         facciamoci carico della sofferenza di tante persone di fronte a tanti fallimenti matrimoniali, non sempre voluti, a volte forzatamente accettati, e auspichiamo che anche nella Chiesa Cattolica d’Occidente sia considerata e  rivalutata, la prassi della Chiesa Ortodossa che prevede, dopo un adeguato itinerario penitenziale, l’accesso all’Eucarestia;

    –         che i Vescovi diano facoltà ai loro Parroci, che molte volte sono anche i padri spirituali di queste persone, di valutare tale possibilità;

    –         di poter leggere, come appartenenti al Popolo di Dio  le letture durante la Messa;

    –         una maggior apertura e non totale chiusura alla possibilità di ricevere l’Eucarestia, soprattutto per chi non ha mai contratto un matrimonio prima, né religioso né civile, ed ha sposato un divorziato/a.

     

    di Elio Cirimbelli

     

    L’HO DETTO DAVVERO? E SE L’HO DETTO..
    Riflettendo su un  un testo di Konrad Lorenz

     

    Pensato non significa detto.

    Detto non significa udito

    Lei:“Perché non me lo hai detto?” Lui:”Ma te l’ho ben detto! Solo che non ascolti mai”. Lei:”Sono certo al cento per cento che non hai mai accennato a questa faccenda!” E’ possibilissimo che lui supponga di aver detto solo per avere immaginato di dire. Come è possibile che uno pretenda di essere capito senza aver fatto la fatica adeguata a manifestare in modo diretto i propri bisogni, e desideri. Ma è anche possibilissimo che lei non abbia nemmeno udito. Succede anche a me di non registrare messaggi che interferiscono sul filo delle cose su cui sono concentrato o che potrebbero disturbarmi eccessivamente.

    Udito non significa capito

    “Sì che ti sto ascoltando! Hai detto così e così…” Ciò che aveva registrato meccanicamente lo ripete adesso come prova di avermi ascoltato, ma il senso di quello che aveva udito incomincia solo ora a coglierlo. Infatti uno sa di aver comunicato solo dopo un rimando del proprio interlocutore. Solo lui può dirci se davvero ha capito e a che livello ha capito; un livello comunque sempre diverso da noi che parliamo. Penso ai predicatori, agli insegnanti… che parlano e parlano… convinti di farsi capire e di essersi spiegati e che di conseguenza agiscono come se il messaggio fosse passato. C’è in realtà tanto di narcisistico e di illusorio in questa comunicazione a sen so unico che prescinde sistematicamente di riposizionarsi sulla lunghezza d’onda del proprio interlocutore.

    Capito non significa d’accordo

    E’ ancora una volta l’illusione del sacerdote che i suoi giovani siano d’accordo con lui, perché ha portato argomenti validi e convincenti sull’importanza di sposarsi prima di andare a convivere… Sopratutto nel campo dei valori, la convinzione di possederli e di poterli facilmente trasmettere, rafforza facilmente la convinzione opposta di chi è su di un’altra lunghezza d’ordine.

    D’accordo non significa realizzato

    Sono d’accordo con te sull’opportunità che si vada a trovare quella data persona. Ciò mi tranquillizza a tal punto che è come se fossi andato. Ma l’altro aspetta, magari frustrato, che ciò avvenga.

    Realizzato non significa conservato.

    Ricordo un signore mi raccontava come un successo della sua vita di essere riuscito a conquistare una donna e a sposarla. Ma la tristezza per non essere riuscito a conservare un tale tesoro superava a tal punto la soddisfazione da portarlo a una valutazione globale della sua vita disastrosa.

    Senz’altro una comunicazione adeguata è altrettanto difficile e rara di una ascolto adeguato e di una corretta e rispettosa interazione. Noi siamo spontaneamente propensi a dare la responsabilità all’altro di ciò che non funziona; così non miglioriamo…O a pensare che basti un po’ di buona volontà; sempre dell’altro ovviamente! In realtà il discorso è molto più complesso. Passa attraverso l’attitudine a far tesoro dei propri errori in un contesto non giudicante ed ad aumentare il livello di coscienza sulla nostra forma comunicativa e quella del nostro partner. Osservare le dinamiche e i processi è ben più produttivo che seminare giudizi.

     

    Don Dario Fridel

     

    Gedacht ist nicht gesagt

    Gesagt ist nicht gehört

    Gehört ist nicht verstanden

    Verstanden ist nicht einverstanden

    Einverstanden ist nicht durchgeführt

    Durchgeführt ist nicht beibehalten

     

    LA COSTRUZIONE DELL’AMORE

     

     

    L’amore è un’arte che deve essere imparata, ma non sui libri: occorre un apprendistato di prima mano e una buona dose di coraggio, dato che trascende i nostri impulsi naturali. Che cos’é questa cosa chiamata amore? Prima di tutto, é un atteggiamento che fornisce un certo valore al partner, indipendentemente da quello che gli attribuite: poiché non esiste esclusivamente per voi, la sua importanza non può basarsi su quello che fa o non fa. La sua partecipazione alla vostra esistenza é un semplice dono.
    Inoltre, l’amore coinvolge ogni aspetto del rapporto, e dura anche quando il partner é per voi fonte di frustrazione. Si tratta di un impegno rivolto al totale benessere della persona che avete accanto, che comprende la guarigione emozionale, la crescita psicologica e l’evoluzione spirituale. Poiché é un regalo fatto senza condizioni, il vostro compagno é sempre al sicuro con voi, e la sua esistenza é al centro della vostra consapevolezza. Il vero amore nasce dopo la fine di quello romantico: in una relazione consapevole, la gioia e l’apprezzamento sostengono il sentimento, ma non sono la sua essenza.
    Se ci esercitiamo a visualizzare qualcosa che desideriamo profondamente, con il passare dei tempo riusciamo a crearla davvero; vedendo giorno dopo giorno l’energia colma d’ amore tra voi e il partner, aprite nuovi percorsi nella vostra mente e diventate un amante, vale a dire una persona che manifesta attivamente il proprio amore per l’altra persona.

    www.coppieincrisi.it

     

     

     

    BIBLIOTECA

    Vi consigliamo

     

     

    HOMO SAPIENS ?

    UN PRETE, UN MEDICO E 200 AFORISMI

     

    Giorgio Dobrilla Don Paolo Renner

     

     

    Un volume agile e profondo, gocce di sapienza senza tempo, confrontate con il nostro oggi. Leggero, mai banale, offre spunti per meditare ma anche per sorridere, predicare, insegnare.

    Parte da Amore ed arriva a Vita, passando per Dio e il Diavolo. E’ dialogo tra un medico non qualsiasi (ricercatore ed ex primario) e un prete non qualsiasi (teologo, pubblicista e conferenziere): un libro di cui è facile innamorarsi. Gli Autori hanno scelto il meglio degli aforismi , per offrire un caleidoscopio di osservazioni argute, stimolo a proseguire il dialogo interattivo. La fiducia dei primi recensori ha spronato gli Autori  a preparare ulteriori due volumi sul medesimo tema. Aspetto collaterale non trascurabile.

     

    Nessuno conosce se’ stesso se non ha sofferto.

    (A. de Musset)

     

     

     

     

     

     

     

    I proventi del libro andranno ad un progetto di adozioni in Africa e ad un Centro per l’infanzia di Camacari in Brasile.

     

    LA FORZA DELLE RADICI

    Riflessioni dopo una serata a tema

    Era una serata di quelle che si entrava e si usciva dal tema. Gli stati d’animo erano così intensi e diversi che le realtà che ci attanagliavano in quel momento ci portavano come in un senso unico a commentare tante nostre problematiche: una grande confusione!. Ma come trovare la nostra forza nella solitudine! Per rompere un po’ le nostre esperienze individuali qualcuno ricordava di aver letto in un libro un’esperienza molto edificante. Io incalzai che in quel momento erano molto più importanti le nostre emozioni interiori; ma il gruppo non era del mio parere.

    Erano due aste autonome ed erette una accanto all’altra, poi le due aste si inchinarono tanto che la loro sommità si toccava come a sostenersi una all’altra. Ma poi una di loro si

    eresse e così ognuna rimase eretta autonomamente.

    La visione dava a tutto il gruppo un esempio appagante e la convinzione che dopo la separazione ognuno doveva ritornare – continuare la propria esperienza di vita autonoma.  A me rimaneva una grande tristezza che arrivava dentro la mia anima. Mi interrogavo: il mio rapporto con il mio partner è stato un semplice inchinarmi davanti a lui per sorreggere che cosa?…e ora mi sento vile nel non essere stato capace di portare l’esperienza della mia vita interiore, comunicare quali erano stati per me nei momenti di solitudine la forza per trovare il coraggio nella solitudine.

    Così, finito l’incontro, tornai a casa. Il motore della mia macchina echeggiava sul silenzio di quella strada solitaria e priva di traffico, e nel silenzio la mia rabbia diventava ancora più grande e mi dicevo quasi imprecando dentro me stesso: “Ma così fragili siamo?…” e la tristezza mi pervadeva il cuore. “ Ma possibile? Ci si bacia, ci si sfiora, ci si lascia… tutto qua?…” e la rabbia mi portò nella solitudine più assoluta e il mio sdegno mi portò a riflettere. Feci come da tanto tempo faccio quando sono immerso nei problemi e nelle difficoltà. Mi accorsi di essere momentaneamente in una cecità spirituale profonda. Allora entrai nella mia voce interiore e chiesi alla mia mente di passare in una visione mistica fra forza della terra e forza della spirito. Così il mio interiore, guardò il cielo,  guardò dentro ogni essere vivente: “e sentii compassione”. Chiesi forza e contemplazione. Quello stato mistico mi portò nel mio campo, guardavo le piante una ad una: alcune erano deboli, il loro porta innesti era debole e con poche radici, i loro frutti di bell’aspetto ma poco dolci; mi dissi così le abbiamo create noi uomini. (Le piante piccole rappresentano come molto spesso noi vogliamo gli altri a nostro servizio, a nostra disposizione,  non importa il loro valore esistenziale importa l’aspetto. Così pure le piante grandi le vediamo come persone sole e a nostro parere rappresentano  anche il nostro stato prima del matrimonio con tutta la sua vulnerabilità)

    Poi altre  avevano un apparato radicale  più forte, i loro frutti più belli di aspetto e dolci, le loro foglie di una bellezza invitante e un colore sorprendente. Ma quelle piante erano tutte sole, anche se, la loro forte biodiversità era scambievole e intensa tanto da sostenersi spiritualmente una all’altra. Ma cercavo senza trovare ciò che faceva per me e così uscii dal campo oltre il bosco e ritrovai ciò che faceva al caso mio, c’erano due piante abbracciate (termine tecnico – l’abbraccio di due alberi). Capii subito ciò che rappresentava. Era l’unione di due spiriti opposti. Infatti, ognuna delle due piante portava frutto, i  rami attorcigliati uno all’altro; ogni ramo aveva lo spazio vitale e lo spazio astrale, senza darsi fastidio uno all’altro, anche se dove si incrociavano contenevano una incarnazione molto visibile. I loro frutti mantenevano la loro specie legati da una forza misteriosa. L’imponenza di quella pianta osservandola da lontano sembrava grandiosa e un tutt’uno. Allora volli entrare nelle sue radici e mi accorsi che ogni pianta aveva le proprie radici ben ancorate nella profondità della terra. Capii perché quella meraviglia e incantesimo potesse sprigionare così tanto significato ed energia.

    Il significato di ciò è chiaro: ogni essere ha la propria esperienza con i propri valori, come frutti legati al vincolo comune, “forza e maestà”: abbracciati nello stesso amore, il potenziale e la maestosa imponenza come nell’amore e nello spazio verso l’assoluto, forze della terra, “il nostro corpo”.

    Forze del cielo, energia astrale come forza dello spirito dentro di noi con tutti i suoi valori che animano l’interno visibile di quei corpi immersi nella spiritualità; così formando un solo spirito in un’unica creazione.

    Ma mentre contemplavo queste grandezze e il suo significato…

    Un fulmine venne e sfasciò quell’incantesimo: separò le due piante e mi dissi: “chi vivrà in tale misfatto?” Guardai meglio e vidi una pianta ripiegata dalla parte opposta, l’altra invece gridava dal dolore, ma rimaneva in piedi con tutta la sua rigogliosa maestà e i suoi frutti rimanevano sulla pianta, ma la sua corteccia era strappata dall’allontanamento dell’altra pianta, questa ancora aveva le sue radici profonde nel terreno fertile e le sue foglie e i suoi frutti non sembravano morti. Così la sua corteccia si rimarginò anche se rimanevano visibili parti nuove e vecchie, ma i suoi frutti continuavano ad esistere.

    Capii il significato di quel fulmine: “era la separazione” con tutta la sua paura e la sua drammaticità, il significato delle radici affondate nel terreno fertile “sono i nostri valori del nostro essere” e la forza di quei valori viene a rimarginare le fratture e il dolore dei nostri insuccessi dando compimento alla nostra vita e continuità, la scorza rimarginata come segno delle nostre esperienze con i suoi ricordi, le sue foglie come un vestito a festa per far risplendere la nostra integrità e il nostro valore – il sorriso – e il corpo. I frutti sono il risultato del nostro amore nella pienezza della nostra continuità esistenziale: perché se due spiriti si uniscono e si abbracciano per diventare un solo spirito e una sola carne, mancando uno di loro l’amore e la gioia della propria esistenza come in un incantesimo torna a riaprirsi verso l’immensità. Il cielo rappresenta uno spazio immenso dove non c’è nè la notte nè il tramonto, ma l’amore per la vita, la nostra creazione e il nostro creatore.

    Di Francesco Florindo T.

     

     

     

    UN PREZIOSO MOMENTO DI TRISTEZZA

     

    dal mensile “PER ME”  di Raffaele Morelli

    A volte arriva all’improvviso la tristezza. Di colpo ci sentiamo spaesati confusi, incerti. Stranieri nella nostra vita. Ci chiediamo che cosa non va. E cerchiamo subito di allontanare il dolore riempiendoci di pensieri, di cose da fare, per staccarci dal disagio, riprendere la nostra routine e non pensarci più. Ma forse quel sentimento di estraneità non voleva essere cacciato via. Arrivava dalle radici più profonde della nostra anima per distoglierci dall’eccessivo affollamento della mente. Se continuiamo ad ignorarlo, rischiamo di essere assorbiti dalle infinite cose che facciamo. E subiamo, senza essere mai veramente presenti.. E’ per questo che un grande saggio Zen, Bakei, insegnava ai suoi allievi a cercare la tristezza tutti i giorni. Da parte mia tutte le mattine  cerco un buon motivo per essere triste, magari pensando ad una persona che non c’è più. Lascio che il disagio mi invada, poi lentamente la tristezza viene sostituita da un sentimento di distacco, di vuoto e così, mentre mi lavo, faccio colazione e mi vesto sono solo una presenza di pensieri. quasi sempre, sento arrivare la felicità di esistere. E comprendo che la consapevolezza di essere vivi è l’unica gioia che possediamo e che niente e nessuno ci potrà dare di più. Anche se cercare la tristezza è un esercizio artificiale, serve a ricordarci che i disagi arrivano per depurarci dalla piaga banale e abitudinaria che ha preso la nostra vita. Quante serate passiamo nella noia, solo perché ci accontentiamo? La tristezza di cui parlo non ha niente a che vedere col lamentarsi, con la sfiducia verso se stessi. E nemmeno deve appartenere al rimpianto o alla nostalgia. No è semplicemente un modo per lasciare affiorare la nostra presenza interiore, ubriacata dalle illusioni, dalle sirene che ci catturano e dal fatto che abbiamo la mente sempre occupata a proiettare all’esterno. Solo chi sa accogliere la tristezza può rinnovarsi incessantemente, può evitare l’aridità e… la depressione. In questo senso la malinconia ci riporta verso la nostra profondità, a fidarci delle nostre risorse interiori e non delle parole chiassose degli altri.

    Raffaele Morelli

     

     

    ALLA RICERCA DEL SE’ PERDUTO

     

    Il Sé perduto: Il Sé perduto è costituito dagli aspetti dimenticati della nostra natura interiore, che abbiamo sacrificato in nome dell’accettazione sociale. Tutti siamo stati soggetti al processo di socializzazione, vale a dire all’interiorizzazione delle norme culturali della società e della famiglia in cui siamo nati. In genere le regole di tutte le società tendono a concentrarsi su cosa non è permesso, invece di considerare ciò che lo è. Conformandoci a queste regole, siamo stati costretti a reprimere aspetti essenziali della nostra natura. Il processo di socializzazione avviene in maniera diretta ed indiretta. Nel primo caso siamo stati sottoposti a messaggi del tipo: “devi fare”, “non puoi fare” ecc. Nel secondo caso i genitori ci hanno trasmesso l’idea di ciò che è giusto o sbagliato attraverso il loro modo d’essere.
    Anche le emozioni sono implicate in questo apprendimento, infatti in alcune famiglie è vietato provare rabbia, tristezza, oppure gioia e felicità ecc. Poiché siamo stati costretti a soffocare comportamenti ed emozioni spontanee, la nostra innata energia vitale non scorre liberamente. Naturalmente certi limiti sono necessari, ma la maggior parte di noi ha dovuto modificarsi cosi tanto per adeguarsi, che ci siamo dimenticati di parti importanti di noi stessi come: la creatività, il piacere del gioco, la spontaneità, la curiosità ecc. Per questo motivo alcune parti del nostro essere sono state perdute. Il recupero di questo Sé perduto porta ad una maggiore completezza ed all’accettazione di sé stessi. Quest’ultima è il prerequisito fondamentale per l’accettazione degli altri.
    Il nostro Sé perduto riaffiora ogni volta che identifichiamo qualche capacità mancante: “non so disegnare”, “non so ballare”, “non riesco a fare amicizie”, “non sono razionale” ecc. Il recupero del Sé perduto è importante sia per sé stessi che per il rapporto di coppia. La scelta del partner è legata, infatti, anche alla presenza nell’altra persona di caratteristiche che ci mancano. Con una persona che possiede caratteristiche che non abbiamo ci sentiamo più completi. Questo spiega il motivo per cui i membri di alcune coppie sono profondamente diversi tra loro. Ma, come abbiamo visto, due persone a metà non possono farne una intera se non nel breve periodo. Con il passare del tempo gli aspetti che recuperiamo grazie all’unione con il partner, finiscono per metterci a disagio e rischiamo di polarizzarci. Rimproveriamo il partner per non accettarci come siamo, oppure cerchiamo di cambiare il partner perché non ci va bene così com’è. I tratti del sé perduto che recuperiamo grazie al nostro rapporto con un’altra persona finiscono per metterci a disagio. Per riprendere possesso delle nostre caratteristiche dobbiamo compiere un percorso difficile, che si rivela però una vera e propria caccia al tesoro, grazie alla quale recuperiamo parti di noi molto preziose ed a lungo sepolte, che rischiano di andare perdute.

    l Sé negato: Una di queste frasi vi suona forse familiare: “Avaro, io?”, “Stai forse cercando di dirmi che sono gelosa?”, “Non mi sembra di essere fredda e cinica”? Le nostre caratteristiche negative di cui non siamo consapevoli o che non vogliamo ammettere, ma che gli altri vedono benissimo costituiscono il nostro sé negato. Questi tratti, in genere troppo dolorosi per poter essere riconosciuti, rappresentano certi aspetti dei nostri genitori che disprezziamo in modo particolare: l’ostinazione a dichiarare che va tutto bene anche se non é vero, il perfezionismo, l’abitudine a mangiare in maniera compulsiva nei momenti di tensione… Ammettere questi comportamenti vuoi dire riconoscere di essere uguali ai propri genitori, e dato che una constatazione del genere é troppo dolorosa, ci rifiutiamo di vedere la realtà. In questa parte dell’unità giorni esaminerete il vostro sé negato.

    Molti di noi possiedono tratti positivi che non riconoscono, ma di cui gli altri sono consapevoli. Quando queste caratteristiche ci vengono mostrate ci troviamo davanti il nostro Sé rinnegato. Anche se queste caratteristiche non sono negative, ci rifiutiamo di conoscerle perchè non si adattano all’immagine che abbiamo di noi stessi. Un simile atteggiamento è dovuto in gran parte al condizionamento dei generi. Alcuni uomini ignorano ad esempio le loro capacità culinarie perchè sono stati spinti a pensare che siano lavori da donne. Alcune donne soffocano la loro aggressività perchè la giudicano inadatta al comportamento femminile. Sebbene chi vi conosce li giudichi magari positivi, questi aspetti del vostro essere potrebbero causarvi un certo imbarazzo. Ma chi vuole riappropriarsi del proprio sé deve riconoscere anche le parti più dolci, e non solo quelle amare.

    Sé di presentazione o falso Sé. 

    Quando seppelliamo certe parti del nostro essere e ne nascondiamo o neghiamo altre per poter essere amati e accettati, non resta granché della nostra essenza originaria. Spinti dalla necessità creiamo un sé che é un banale sostituto, capace di fornire la semplice apparenza della completezza: questa nuova persona pubblica possiede tutto ció che serve per conquistare amore e approvazione, ed é il sé di presentazione. Sostituiamo la nostra risata spontanea in una smorfia leziosa da signora, rinunciamo a scrivere poesie in segreto e ci sforziamo di imparare a parlare in pubblico. A volte la nostra esibizione é cosi soddisfacente, e la maschera talmente priva di difetti, che non ci ricordiamo piú che si tratta di una semplice facciata. Ma se vengono sottoposte a una forte tensione, prima o poi tutte le facciate si incrinano; la pressione é rappresentata dal livello di intimità raggiunto nell’ambito di una relazione di coppia. Non é infatti possibile continuare a recitare ogni istante davanti al proprio partner, perché il teatro é troppo piccolo, e i primi piani sono troppo ravvicinati. É importante tenere sempre a mente che il sé che presentate agli altri é solo un misero sostituto del vero essere che si nasconde sotto vari strati di menzogna, pronto a riaffiorare non appena riuscite ad eliminarli, uno dopo l’altro.
    Ognuno di noi coltiva la faccia da mostrare agli altri per suscitare l’applauso sul palcoscenico della vita. Se guardiamo appena sotto la superficie, ci rendiamo conto che si tratta di una semplice maschera che indossiamo per recitare un ruolo. La societá ci incoraggia a sviluppare un sé presentabile, un’immagine di ció che viene considerato accettabile, e non applaude nulla che sia troppo fuori dall’ordinario, come per esempio una dose eccessiva di sicurezza o di timidezza. Dobbiamo limitarci a figure rigidamente stereotipate: il brillante uomo d’affari, la donna sempre disponibile e confusa, il vecchio saggio. IL nostro partner ha invece bisogno di pura e semplice verità, e la pretende, causandoci un profondo disagio. Noi ci sentiamo infatti molto piú rilassati se possiamo recitare. In realtà la sua richiesta é un dono, perché rivelandogli il nostro vero sé e scoprendo che lui ci ama cosi come siamo, possiamo abbandonare certi ruoli ormai soffocanti. Finalmente smettiamo di confrontarci con i metri di valutazione fissati dalla societá, e iniziamo a vivere basandoci solo sui nostri, grazie a un processo liberatorio che rivela la nostra vera essenza

    www.coppieincrisi.it

     

     

    L’ ESPERTO RISPONDE

     

    Molto spesso si rivolgono o scrivono al nostro Centro persone le quali chiedono chiarimenti in merito alle più svariate situazioni che si trovano a vivere in un momento difficile della loro vita che è la separazione. Da qui è nata l’idea di creare nel nostro giornale uno spazio dove i nostri esperti daranno  risposte e suggerimenti.

    LA NUOVA PARTNER DI PAPA’ OVVERO  LA MATRIGNA  DI BIANCANEVE

    Chiara Lunel   Psicologa Psicoterapeuta

    Sono una donna di 48 anni e da circa un anno  e mezzo convivo con un uomo separato, padre di due figlie ancora adolescenti e che vivono con la propria madre. Ci incontriamo molto raramente, in occasione di alcune festività o brevi  periodi di vacanza, ma tali occasioni rappresentano per me un vero incubo.

    Le due ragazze fanno di tutto per mostrarsi ostili. Mi ignorano o mi fanno  dispetti, a volte arrivano   ad insultarmi, anche alla presenza del loro padre. Non capisco questo loro atteggiamento,perché da sempre  ho cercato di farmi ben volere da loro. Il mio rapporto rischia di naufragare per questo. Il mio partner vorrebbe mantenere i contatti tra noi, ma io ci sto troppo male. E’ normale il mio disagio??

    Lettera firmata

    Fino a qualche decennio fa, ciò che teneva insieme la famiglia, unita o disgregata che fosse, era una tradizione culturale, consolidata nell’ottocento, che  la riteneva un’istituzione che solo l’eventuale morte di uno dei genitori avrebbe potuto sciogliere.

    Solo la  vedovanza, salvo rare eccezioni, consentiva di fatto la presenza in casa di un nuovo partner e la convivenza di figli e “figliastri” insieme.

    Sono da far risalire  al passato  gli stereotipi di patrigno e matrigna, connotati  generalmente in modo negativo anche oggi, perché legati, tra l’altro, all’immaginario delle favole che ne ha esaltato nel tempo la cattiveria.  Chi non ricorda le favole dei fratelli  Grimm?

    Oggi, invece, le separazioni, i divorzi e le unioni senza matrimonio possono portare alla costituzione di nuove famiglie in cui un partner deve confrontarsi anche con i figli del compagno e quindi con una storia  fatta di memorie, regole non scritte caratterizzanti un nucleo familiare preesistente.

    Se aggiungiamo a ciò gli stereotipi culturali e nello specifico, con riferimento alla lettera, la cattiva reputazione attribuibile in modo pregiudiziale alla così detta “ matrigna”, si può comprensibilmente immaginare come il tutto possa agire come riflesso condizionato e rappresentare un handicap iniziale nei rapporti tra la nuova partner del padre e le  figlie di quest’ultimo.

    La nuova partner, a sua volta, può sentirsi chiamata a svolgere un ruolo simil materno ai fini di ricostruire ciò che immagina dovrebbe essere una famiglia.

    E’in realtà impossibile cercare di sostituire la nuova realtà con la precedente e trasformare una famiglia mista in una famiglia nucleare.

    Il ruolo della nuova partner  può diventare  così un punto di incontro e scontro di emozioni forti vissute  a priori da ciascuna delle parti in causa e nelle loro  conseguenti relazioni reciproche.

    Questa nuova realtà sociale non può essere affrontata con regole sicure, ma data la sua complessità e storia recente, va vissuta con prudenza e con la consapevolezza che ciascuno, almeno agli inizi,  può guardare all’altro con sospetto, magari portando con sé aspettative che probabilmente nessuno è in grado di corrispondere.

    L’attuale compagna vive un ruolo duplice che la vede impegnata nella relazione di coppia  e nella relazione con  le figlie del partner, nei confronti delle quali deve trovare comunque una collocazione, senza prendere il posto del genitore separato.

    Le reazioni iniziali dei figli, in genere, variano da caso a caso, a seconda dell’età, della storia di separazione tra i rispettivi genitori, della conflittualità magari ancora esistente tra questi, della condizione psicoaffettiva dell’altro genitore separato, ed altro ancora.

    Se alcuni si adattano alla situazione senza difficoltà, altri possono vedere nella compagna del padre, p.e., un’intrusa, una rivale della madre o una loro diretta antagonista colpevole in quanto ella concentra su di sé le attenzioni del padre.

    Un modo per esprimere tali ostilità può essere ignorare la persona, come  se non esistesse, oppure non riconoscerle alcuna autorità.

    Se perdurano queste condizioni, è comprensibile che questa possa sentirsi frustrata, inutile,  stanca e quindi tentata di mandare all’aria tutto quanto.

    E’fondamentale fin dall’inizio della convivenza, l’accordo ed il sostegno del partner al fine di chiarire in anticipo ruoli, incombenze, deleghe, da verificare con le figlie, le quali, come accennato prima, possono  riflettere i sentimenti della madre separata, oltre quelli  degli altri parenti.

    I problemi si verificano anche quando, non esistendo una convivenza stabile con  gli inevitabili risvolti di tipo pratico, le aspettative e le immagini ideali che ognuno ha di sé e degli altri oltre che i propri miti personali, si confrontano con la realtà che appare  purtroppo molto diversa.

    Il bisogno di riconoscimento per il proprio impegno e dedizione da parte della nuova compagna del padre è comprensibile, ma è illusorio che venga soddisfatto, almeno agli inizi della convivenza.

    E’ prevedibile si esprima piuttosto una competizione da parte delle ragazze per avere l’attenzione e l’esclusività del padre e se ciò è tollerabile dai genitori biologici può essere vissuto invece con molta irritazione dalla nuova partner, impegnata agli inizi a confermarsi nella relazione di coppia.

    E’ importante  invece non negare i sentimenti ostili, parlarne e saper distinguere i vari tipi di affetto al fine di non alimentare gelosie e competitività.

    Ciò richiama alla necessità che ci sia impegno e solidarietà da parte della coppia che solo nell’unione può far fronte alla complessità del contesto relazionale in cui essa sta costruendo il proprio rapporto e che alcuni autori definiscono  come saper vivere“  una luna di miele in mezzo alla folla”.

     

     

    SENTENZE

     

    La ricorrenza potrebbe essere il 26 luglio

    Festa dei nonni, pronto il disegno di legge

    Il 26 luglio potrebbe diventare la festa nazionale dei nonni. E’ quanto propone un ddl approvato il 18 maggio dal Snato. Il provvedimento prevede alcune iniziative per valorizzare il ruolo svolto dai nonni nella coscienza collettiva, a partire dall’istituzione della «Festa nazionale dei nonni», da celebrarsi in data 26 luglio, giorno nel quale già si festeggiano i nonni più importanti della cristianità. Viene poi istituito il «Premio nazionale del nonno e della nonna d’Italia», a carattere onorifico, che è conferito dal Presidente della Repubblica sulla base di una graduatoria deliberata da una Commissione ad hoc, nominata dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali. Il premio è conferito ai nonni che attraverso la propria condotta si siano particolarmente distinti sul piano sociale. Il voto sul provvedimento si svolgerà nei prossimi giorni. Il testo passa ora alla Cameraper il via libera definitivo.( Ddl Senato 3131/23 maggio 2005)

     

     

    Un bambino molto piccolo è incapace di provvedere a se stesso

    È reato lasciare i bambini a mendicare sulla strada

    Chi lascia bambini molto piccoli da soli sul marciapiede a chiedere l’elemosina rischia una condanna per abbandono di minori. È quanto stabilito dalla Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, che ha confermato la condanna a carico di una zingara che aveva lasciato i tre figli minorenni (dei quali uno di appena due anni) a chiedere l’elemosina in una via di Genova. La Suprema Corte ha in proposito sottolineato che sussiste il reato di abbandono di persone minori, in quanto l’imputata era consapevole di aver abbandonato i propri figli, mentre non costituiva una attenuante la “precocità dei bambini nomadi”, considerato che “un bimbo di due anni, lasciato libero dai fratellini, non era in condizioni di provvedere a se stesso, girovagando a pochi passi dal passaggio continuo di veicoli”.( Cassazione 7556/0529 aprile 2005)

     

     

    Una sentenza interpretativa.

    Ampliate le misure di “integrazione e sostegno” a favore dei portatori di handicap

    Ampliate le misure di “integrazione e sostegno” a favore dei portatori di handicap. Lo ha reso possibile la Consulta, accogliendo il ricorso della Corte d’Appello di Torino, avverso l’art. 42, comma 5, del Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151 (“Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e paternità, a norma dell’articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53”). Si tratta di una sentenza che ha portato a coerenza il contenuto deficitario della norma impugnata, nella quale si prevedeva che la cura e l’assistenza dei soggetti con grave handicap spettassero ai rispettivi genitori e, alla loro “scomparsa”, ai fratelli o sorelle conviventi. La previsione di legge conteneva anche il diritto a un congedo straordinario dall’attività lavorativa (“rimunerato in misura corrispondente all’ultima retribuzione e coperto da contribuzione figurativa”), da riservarsi, in alternativa, a uno soltanto dei genitori. Tutto ciò, in osservanza del principio fondamentale che la socializzazione del disabile, principalmente in ambito familiare, è fattore essenziale al superamento della emarginazione e al possibile reinserimento nella normalità esistenziale. Nel caso in questione, tuttavia, la presenza di uno dei genitori dell’handicappato, dunque, il fatto che fosse vivo, benché a sua volta invalido e privo di autonomia di gestione personale, non consentiva ai fratelli d’intervenire in funzione di supporto, fruendo dei benefici del congedo contemplato nella legge. Ora, la dichiarazione d’incostituzionalità ha permesso di sanare questa irragionevole esclusione, fornendo una nuova opportunità di affermazione all’impegno sociale, nell’assistenza dei più deboli. (Corte Costituzionale 233/01 luglio 2005)