• I FIGLI DEL CASO

     

    Nel mese di dicembre il giudice trentino Agnoli ha risolto in modo drastico una disputa tra genitori separati.  L’argomento del contendere era questo: con chi deve passare il Natale il bambino, altrimenti gestito in part-time?  Sentite tutte le ragioni delle due parti, il magistrato si è visto nell’impossibilità di dirimere in maniera obiettiva la questione e si è allora affidato alla sorte: il lancio della monetina si è espresso a favore della madre (il che oltretutto rafforza il mio sospetto che nel gioco siano favorite le donne!).

    L’episodio mi ha dato modo di riflettere su come noi tutti speso ci affidiamo – più o meno consapevolmente – alla sorte, al fato, al destino.  Ci siamo appena finiti di augurare “Buon Anno Nuovo” e lo abbiamo fatto con la speranza che quello venturo sia meno funesto (in quanto bisesto?) di quello trascorso.  E qui mi sembra che dimentichiamo come in larga misura il nostro futuro dipenda da noi e non tanto da variabili esterne, come magari le stelle ed altri fattori.

    Il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale) ad esempio si è appena premurato di indicare tutte le previsioni sbagliate, azzardate da maghi e astrologi per il 2004.  Può essere interessante verificare tali dati sul sito dell’organizzazione presieduta da Piero Angela: www.cicap.org.

    Tornando al collegamento tra sorte e bambini mi sembra di poter dire che anche in questo campo ci affidiamo tropo spesso al caso.  Quanti genitori hanno mai letto un libro sull’educazione dei figli (e al proposito consiglio il recente volume del nostro conterraneo Rolando Pizzini, L’altra guancia.  Educare alla non-violenza, delle edizioni Monti)?  Quanti hanno partecipato ad incontri o conferenze su questa delicata materia?  Quanti si sono rivolti (in tempo, non quando le situazioni sono degradate) ad un consultorio?  Quanti vanno regolarmente a udienza a scuola e danno credito agli insegnanti, senza insultarli perché “non capiscono o discriminano il loro figliolo”?

    L’educazione culturale, morale, civile e religiosa dei nostri ragazzi non può essere affidata al caso, alla sorte.  Vedo in tanti colloqui prebattesimali i genitori (spesso non sposati o separati) sbuffare quando spiego che tale passo significa la loro responsabilità ad educare il bambino in campo religioso, dando i primi insegnamenti riguardo a Dio ed alla preghiera, invitandolo poi a partecipare alla vita della chiesa ed all’insegnamento della religione a scuola.

    Il futuro dei nostri figli non si improvvisa.  Nemmeno a livello di strategie politiche.  Se noi continuiamo a cementificare l’impossibile, dove giocheranno i nostri bambini?  Solo in casa con i videogiochi?  Siamo consci di questa nostra responsabilità o vogliamo lasciare che il padre dei nostri figli sia appunto il Caso e la madre la Sorte?

    Allora proviamo non tanto a dire “Buon 2005” ma a chiederci: come posso agire perché i nostri figli crescano bene, nel 2005, nel 2006, nel 2010 ed anche più in là?  Non è insomma una questione di “fondo schiena”!  E’ questione di materia grigia e di senso di responsabilità.

    Allora, a tutti un Buon 2005…di lavoro e di impegno nella linea di questa vocazione alla responsabilità.

     

     

    don Paolo Renner

     

     

    PER OGNI ETA’ PAROLE E GESTI DIVERSI

     

    Siamo nel 2005, l’ASDI è entrata nel suo diciannovesimo anno di attività.Il 16 febbraio prossimo ci sarà l’Assemblea ordinaria dei soci ed in quell’occasione  verrà presentato il bilancio sociale e quanto è stato fatto grazie anche alla Vostra preziosa collaborazione.Con questo numero del giornale vorremmo iniziare ad affrontare un argomento al quale personalmente tengo molto. Si parlerà di figli e di come vivono la separazione dei propri genitori.Dato che l’argomento è delicato ed i figli coinvolti hanno età diverse, il tema verrà trattato a puntate in modo tale che tra un numero e l’altro possiate , se lo desiderate, farci pervenire delle domande in merito. Saremo lieti di rispondervi sul numero successivo.Auguro a tutti voi un anno sereno e Vi aspetto numerosi all’Assemblea ordinaria il 16 febbraio alle ore 19.30 in sede.

    Elio Cirimbelli

    Per meglio capire le reazioni e i problemi dei bambini coinvolti in una separazione, è necessario esplorare più approfonditamente le differenze che intercorrono tra i figli sulla base dell’età e del sesso. Due psicologi americani, Judith Wallerstein et Joan Kelly, dimostrano in uno studio che non è tanto il divorzio in quanto tale che comporta difficoltà per i bambini, ma piuttosto il modo in cui si svolge. Gli autori citati hanno identificato, per ogni età specifica, dei comportamenti specifici che vengono articolati in funzione della esperienza concreta e messi in relazione con le tappe di sviluppo psico-affettivo dei figli.

    “E’ proprio perché ogni età é differente, corrisponde a una tappa di sviluppo, a bisogni differenti, che é importante che ci si fermi ad ogni scalino al fine di salire, insieme, la scala della vita” (Jocelyne Dahan, op. cit . pag. 89 )

    Ogni età dei figli rappresenta un grado di sviluppo e di esigenze diverse di cui i genitori debbono tener conto, nel momento della comunicazione della separazione.

    DALLA NASCITA ALL’ADOLESCENZA

    -Dal poppante fino alla posizione eretta

    La vita del neonato si organizza in funzione della madre. Si tratta di una vita fusionale con la madre, indispensabile. L’assenza, la fame, il dispiacere sono fonti di angoscia insopportabili. In questa età della vita, essere separati dalla madre può mettere in pericolo la salute psichica del neonato. Il padre entra nella vita del bambino attraverso la madre. La voce del padre é primordiale per fissare il posto del figlio in una famiglia. Il neonato percepisce una relazione di amore al di sopra di lui, molto importante. La madre gli parla del padre, e nello stesso tempo essa risponde al padre. Questi rende felice la madre, e si rivolge a lui, bambino, chiamandolo. Il figlio si struttura attorno a questo triangolo, il posto di ognuno é ben definito. Uscendo dolcemente dallo stato di fusione il bimbo e sua madre si decentrano l’uno dall’altra. Il bimbo comincia a guardare con curiosità al mondo. Moltiplicherà così le sue piccole esperienze per conoscere la realtà che lo circonda. Il bimbo ha però ancora molto bisogno del sostegno dell’adulto. L’assenza è vissuta meno come pericolo irrimediabile, ma per fortuna esiste “quel piccolo oggetto” che sia una bambola di stracci, una coperta o un “peluche”. Strumento di riconforto nei momenti di solitudine, di paura, di insicurezza. L’oggetto deve rimanere il medesimo, con gli stessi colori, lo stesso odore : guai a lavarlo e ancor più a perderlo!

    Il mestiere di genitore è un mestiere impossibile, diceva Freud. Ma anche quello del bambino non è veramente semplice (Jocelyne Dahan-Evangeline De Schonen-Desarnauts, op. cit., pag. 96). Il padre che parla a sua moglie, con questa voce grave, bassa, la guarda con amore: guarda sua moglie e la madre di suo figlio. Il padre entra nella vita del figlio attraverso la madre. La voce del padre é primordiale per instaurare il posto del figlio nella filiazione. È un balletto di amore quello percepito dal figlio, un balletto assai importante. Sua madre gli parla di quest’uomo che é suo padre, ed essa risponde nel medesimo tempo al padre.

    -Fra i due e i tre anni

    E’ la fase di avvenimenti importanti per il bambino: comincia ad alzarsi e a camminare. Scopre la sua autonomia e inoltre comincia ad entrare nel linguaggio e ad acquisire il controllo della pulizia. Camminare, parlare, acquistare il controllo della pulizia ecco le tre tappe più importanti sul suo cammino. Tutte queste nuove conquiste trasformeranno i modi di comunicazione del bambino con gli adulti. Da questo bambino sorgerà una persona che saprà stare in piedi, che si staccherà da sua madre per sollecitare altri adulti. Appare la nozione di alterità: l’altro non pensa come lui o non vuole le stesse cose che lui vuole, nel medesimo momento. Il processo di individualizzazione é in corso. Il bisogno di affermarsi di fronte agli adulti é sempre più forte, comincia una fase di opposizione e di differenziazione, caratterizzata da numerosi e ripetuti “NO”. Il bambino é allora in una fase di esplorazione intensa. Il suo piacere é costituito dalla ricerca di attività varie: arrampicare, correre, accatastare, costruire, decostruire, verificare le esperienze, raccontare, ecc. Il bisogno di affermarsi di fronte agli adulti, diventa più forte. Si confronta con la realtà del mondo esterno e con la realtà, con le frustrazioni, limiti e proibizioni poste dall’adulto. Queste leggi, che bisogna spiegargli sono indispensabili per diventare grande e strutturarsi. Comincia ad apparire l’inizio di un linguaggio con la scoperta di parole che assumono un significato. Lentamente il bambino modifica il suo modo di comunicare: le parole sostituiscono il corpo a corpo. Si pone ad un certa distanza: é necessario per vedere la persona alla quale si rivolge. Le parole sono come passerelle, dal bambino alla madre, dalla madre al bambino. Invece di cercare l’oggetto desiderato e andare a prenderlo, in genere in modo più o meno violento il bambino diventa capace di chiedere l’oggetto nominandolo. Da neonato passivo come era, egli entra ora in una attività volontaria, che scandisce con dei “voglio, non voglio”.

    Un’altra conquista importante é quella della “pulizia “. Il bambino è maturo per il controllo degli sfinteri. Egli sente che qualcosa succede nel suo corpo: ora può trattenere o espellere secondo il suo piacere. Perché questa scoperta é realmente un piacere, per lui. Dal canto suo l’adulto vorrebbe insegnargli ad essere pulito. Il bambino vorrebbe decidere da quando e dove. Inoltre é inquieto e curioso di ciò che esce da lui, e che sparisce. L’adulto non dovrà avere troppa fretta di giungere ad una pulizia perfetta del bambino, limitandosi ad accompagnarlo al suo ritmo senza forzature. In sostanza questo bambino sta scoprendo che può farcela “da solo”, ma che certe cose sono proibite perché é ancora piccolo, e che nello stesso tempo non è onnipotente: non può disporre di sua madre come vorrebbe, e neppure degli oggetti che egli vorrebbe. Tutto ciò gli crea un stato di frustrazione estremamente difficile. Si tratta di imparare le leggi della vita per diventare “grande”. Inoltre il bambino é preso da una ambivalenza molto forte: da un lato vorrebbe restare bambino in contatto fisico con sua madre, e dall’altra desidera allontanarsi da lei per partire alla conquista del mondo.

    E’ importante per i genitori, spiegare al bambino il perché delle proibizioni, manifestandogli nel medesimo tempo la propria compassione e comprensione di fronte alle sue difficoltà per i limiti imposti. Certamente il bambino ha bisogno di sentire dai suoi genitori una certa fermezza nell’enunciare e mantenere le proibizioni. Non solo ne ha bisogno ma é necessario per lui che dopo la sua collera di fronte a delle proibizioni, diretta esclusivamente verso i genitori, egli possa ritrovarli “integralmente” e nell’amore, come prima della collera. Si tratta di accompagnare il bambino per aiutarlo a rinunciare alla sua onnipotenza ed a superare i suoi sentimenti di frustrazione.

    Fine 1 parte

    Tratto dall’articolo del Avvocato Carlo Verda Mediatore Familiare

     

    UNA CASA PER UNA NUOVA CASA
    Una mattina di dicembre. Quattro papà infreddoliti, nonostante il sole, attendono di essere accompagnati nella loro “nuova casa”.

    C’è un leggero imbarazzo, pur sapendo che dovranno trascorrere un anno insieme, ognuno nella sua stanza, con il proprio bagno ma insieme a condividere un momento difficile.

    Il Natale, festa dei bambini, in molti casi per gli adulti assume un sapore malinconico, figuriamoci quando ci si separa e ci si deve allontanare da casa.

    E’ curioso ricordare che qualche settimana fa il soggiorno era affollato di persone, il taglio del nastro, il brindisi: un’inaugurazione ufficiale per dare il giusto rilievo ad un progetto importante. Il tutto ha avuto un eco notevole in Italia ma soprattutto all’estero: Washington, Brasile, Inghilterra, Olanda, Germania, Austria…

    Questa mattina invece in soggiorno ci sono “solo” quattro dei cinque papà che da questo pomeriggio potranno iniziare a portare le loro cose perché verranno date loro le chiavi di casa: un’inaugurazione privata ma che emoziona di più, o almeno in modo diverso.

    Vedere gli occhi di queste persone che, nonostante quello che stanno vivendo, hanno una piccola nota di “tranquillità”, sono fisicamente in quella che sarà la loro casa per  il prossimo anno, e si trovano in  un luogo accogliente dove  potranno portare i loro figli e festeggiare  il Natale.

    Il senso di “intimità” che si è creato in questa mattinata ripaga delle settimane di corse per organizzare tutto: gli acquisti, i contratti, le scadenze, le richieste e i tempi che stringevano. Natale era sempre più vicino e non si poteva, non si voleva posticipare l’apertura. Settimane di fatica e di tensione che sono state completamente ripagate in un mattino di dicembre dove nonostante il sole fa molto freddo, ma ci si è scaldati un po’ il cuore.

     

    Alessandra Negro

     

     

    UN UOMO, IL SUO CAMMINO

     

    Il tempo continua incessante il suo cammino

    Riservando gioia e sofferenza stabilite dal nostro destino.

    Il destino esiste, è quel tempo che verrà

    L’uomo crescendo e maturando coltiva quello che sarà.

    L’istinto di ognuno nasconde una forza sconosciuta

    Aiuta la vita ad essere impostata, per tramutarla in quella vissuta .

    Non modestia e non previsione del futuro, così penso e così sono

    Perché credo fermamente alle molteplici virtù dell’uomo.

    Essere uomo significa perciò, non prevenire l’avvenire

    Ma rispettare il mondo intero, per capire e costruire.

    La vita mi ha riservato una dura e sofferente realtà

    Dalla quale niente e nessuno mi separerà.

    Non è la drammatica fine del mondo, è la fine di un mondo

    Scoprendosi e amandosi dentro si può rivivere guardandosi intorno.

    Qualunque cosa ancora il destino mi riserverà

    I miei figli all’infinito avranno vicino il loro papà.

    Diventeranno grandi uomini, sceglieranno la loro strada e mi sfuggiranno,

    ma nel loro cuore, nella loro vita il loro papà mai dimenticheranno.

    A volte mi sento meravigliosamente strano, mi sento sia mamma che papà

    Con grande affetto e premura ho scoperto di avere questa grande sensibilità.

    Il tribunale della vita farà il suo corso, giudicherà e condannerà

    Affinché chi ama se stesso e gli altri mai più soffrirà.

    …ma solo la pace nel cuore raggiungerà.

    Luca Piccolruaz

     

     

    SORRISO

     

    Un sorriso non costa nulla e rende molto:

    arricchisce chi lo riceve, senza impoverire chi lo dona.

    Non dura che un istante, ma il suo ricordo è talora eterno.

    Nessuno è così ricco da poterne fare a meno,

    Nessuno è così povero da non poterne dare,

    crea felicità in casa, negli affari e sostegno,

    dell’amicizia è profondo sensibile segno,

    un sorriso dà riposo alla stanchezza,

    nello scoraggiamento rinnova il coraggio,

    nella tristezza è consolazione,

    d’ogni pena è naturale rimedio.

    Ma è un bene che non si può comprare, ne prestare, ne rubare,

    poiché esso ha un valore solo nell’istante in cui si dona,

    e se poi incontrerete talora chi l’aspettato sorriso a voi non dona, siate generosi e date il vostro

    perché nessuno ha tanto bisogno di sorriso come colui che ad altri darlo non sa.

     

    -Anonimo francescano-

     

     

     

    BIBLIOTECA

    Vi consigliamo

     

     

    SUAD  BRUCIATA VIVA

    … Vittima della legge degli uomini di…

     

    Suad è la maschera bianca che nasconde un volto di donna. E’ lo schermo che protegge da possibili vendette una nuova vita coraggiosamente conquistata.

    Sua, nata in un villaggio della Cisgiordania avrebbe dovuto morire a 19 anni quando suo cognato, cogliendola di sorpresa, le rovescia addosso una latta di benzina e le diede fuoco.

    Era stata la famiglia a decidere di punirla in questo modo perché era rimasta incinta prima del matrimonio. Raggiunto miracolosamente l’ospedale, rimase lì abbandonata a se stessa, finchè un’organizzazione umanitaria riuscì a trasportarla in Europa.

    Dopo un anno di ricovero e 24 operazioni, Suad ricomincia a vivere in un mondo nuovo, lavora e si sposa. La sua ricostruzione come persona è stata il frutto di un lavoro, lavoro lento ma progressivo costellato da dubbi, perplessità, incertezze ed anche sensi di colpa.

    Riuscire a portare al mondo la sua testimonianza non è stato facile,  ma l’ha sostenuta il pensiero verso tutte quelle donne che , in tanti paesi, subiscono violenze per ignoranza, per crudeltà o in ossequio ad arcaiche tradizioni. Per aiutarle affida la propria storia a questo libro durissimo e commovente.

    Qualche volta è bene poter conoscere le diverse realtà presenti nel mondo, che per fortuna, non appartengono al nostro mondo pieno di imperfezioni.

     

    Serena Dalla Pozza

     

    Datevi i vosi cuori ma noun per possederli, perché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori…

    KH GIBRAN

     

     

     

     

     

     

    CHI MI PUO’ DAVVERO CAPIRE

    ACCOGLIENZA, LIMITI E ILLUSIONI
    Nel profondo di ciascuno di noi ci sta una specie di intuizione di avere il diritto ad essere accolti incondizionatamente. Questo significa che, nonostante tutti i nostri limiti ed errori, avvertiamo come un torto il venir privati di una comprensione piena. Ed essa è piena quando non è inquinata dal giudizio. Quasi sapessimo che fondamentalmente sentiamo di poter far leva su di una innocenza originaria che né la storia dell’umanità, né la storia individuale sarebbero riuscite a scalfire.

    Tale bisogno è talmente grande che fin dalla nostra prima infanzia attribuiamo a nostri genitori una tale capacità…La mentalità animistica e magica proprie di quell’età ci aiutano in questa visione mitica. I nostri genitori hanno caratteristiche divine; sono onnipotenti, sono immortali; non sono come gli altri. Sono una fonte di sicurezza assoluta per noi. Quindi unici e insostituibili. Questo compensa l’estrema fragilità e precarietà del vivere e l’impossibilità assoluta di farvi fronte se fossimo pienamente coscienti di esse. Ci è con ciò garantita la possibilità di interiorizzare almeno un minimo di sicurezza di base, di autostima e di fiducia nella vita. Indispensabili per non venir più tardi travolti dalla precarietà dell’esistenza, dalla minaccia del futuro, dal rischio costante di venir giudicati e rifiutati. Pur di non perdere questa visuale mitica siamo infatti disposti a metterci noi in causa se i genitori non ci sopportano o se non riescono a capirsi. Ci sentiamo allora responsabili, magari anche colpevole di quello che sta succedendo di negativo attorno a noi. Forse non siamo stati buoni. Possiamo arrivare a forme anche autodistruttive di comportamento punitivo, ma non possiamo rinunciare all’immagine di genitori all’altezza del loro compito; capaci cioè di offrirci piena sicurezza e accoglienza.

    La vita si incaricherà di ridimensionare tale aspettativa illusoria; così da permettere una crescita che lascia emergere coscientemente anche le delusioni e la percezione dei limiti e delle responsabilità di papà e mamma. Possono allora subentrare comportamenti punitivi (come la costante ribellione o l’indifferenza), o ricattatori o anche di odio. In questi casi la riconciliazione con le proprie figure genitoriali avverrà semmai molto più tardi, con la maturazione. Sembra però che noi non riusciamo -nemmeno a seguito di questo decantamento e restituzione dei genitori al piano umano- a rinunciare al sogno che qualcuno sappia accoglierci fino in fondo e con ciò liberarci dall’angoscia che il vivere comporta. Il ridimensionamento di tale aspettativa non potrebbe avvenire attraverso la sua soppressione, ma solo attraverso un trasferimento di essa su altre persone o sull’immagine che abbiamo di Dio. Per la psicologia della religione è ovviamente auspicabile che tale trasferimento venga fatto su Dio, di cui abbiamo il diritto di farci una immagine assolutamente positiva. In ultima analisi, se esiste non può essere che il vero ed esauriente sostegno di ogni esistenza. Una fede matura sarebbe in questo caso capace di sentire un tale Dio come garanzia contro ogni rischio di perdere la stima di noi stessi e di venir travolti dall’angoscia. Una fede quindi che sarebbe capace di assicurare un maggior equilibrio anche rispetto alle aspettative che noi abbiamo dai nostri partner. Anche lui infatti, come me, ha bisogno di essere in pace con i suoi limiti e di sentirsi accolto nonostante questi…Se invece trasferisco su di lui le mie aspettative infantili di accoglienza completa e incondizionata, finisco col caricarlo di una responsabilità che alla lunga rende impossibile una qualsiasi convivenza.

    Le intuizioni che qui ho cercato di delineare vengono dalla psicologia dinamica. Mi sembrano estremamente utili per individuare un possibile cammino di maturazione. Costituiscono un invito ad approfittare delle inevitabili insuccessi che la vita di relazione comporta per passare da un atteggiamento di critica sulla controparte ad un atteggiamento orientato a rivisitare il nostro cammino di maturazione affettiva. Esso implica sempre una rivisitazione dell’immagine che abbiamo di noi, degli altri e di Dio. Crescita umana o crescita religiosa non sarebbero due compiti diversi. Essa sarebbe stimolata proprio dagli insuccessi nella vita di relazione.

    Dario Fridel

     

    QUEL CHE SI SEPARA E’ GIA’ SEPARATO

    ma il viaggio continua…

     

    In un “momento del cammino” della mia vita particolarmente difficile e doloroso, condividevo i miei “appunti di viaggio” provvisori, frammenti, stati d’animo, senza la pretesa di “assoluti” e non negando  l’assoluta parzialità del mio punto di vista.

    Ora, con lo stesso spirito, con la stessa “provvisorietà, senza alcuna pretesa né teologica” e neppure “psicologica”, a dispetto dei miei titoli, volevo condividere delle nuove riflessioni, e altre tappe del mio cammino.

    Mi piace pensare ad una riflessione “ a lume di candela” che ognuna o ognuno può leggere come vuole o non farlo affatto.

    In  questi tempi in cui si è ripreso a gridare più forte, dove i venti di guerra e di paura hanno ripreso a soffiare vicini,  sento il bisogno di recuperare sempre più la “profondità del quotidiano”, quella vita che abitiamo e che ci abita.

    Quell’unica che abbiamo, fra l’altro, per provare a costruire, insieme, senza retorica, un mondo di pace.

    Dell’amore

     

    L’esperienza dell’abbandono, della separazione, come noi psicologi non ci stanchiamo mai di ripetere, è una delle più dolorose nella vita dell’essere umano.

    Non si tratta qui di stabilire “colpe”: è un fatto, come direbbe il mio amico filosofo “una datità”.

    Più il tempo passa, più mi sembra che le nostre “ realtà penultime”, i nostri credi, le nostre certezze insomma, spesso non siano altro che difese di fronte all’immenso mistero della vita.

    Ancora di più  quando questo mistero si svela come un “mistero doloroso”.

    Un amico un giorno ha ricordato questa frase, a me riferita (!) di un pensatore di cui non ricordo più il nome, che suona più o meno così: “I cristiani sono quelle persone che sanno dirti che cosa è bene e che cosa è male per un essere umano, ma che non sanno nulla dell’essere umano”.

    Ho provato ad applicarla alla mia situazione attuale e devo ammettere, purtroppo, che qualche cosa di vero c’è, qualche cosa che ci riguarda.

    Veniamo al dunque: è chiaro che è molto bello se un rapporto diviene un matrimonio, e questo riesce ad incarnarsi per tutta una vita, nell’amore.

    Ma quando questo non c’è più (perchè accade anche questo), come si può pretendere “giuridicamente” che ci sia ancora?

    Vedete, lo dico da persona ( e non certo per farne vanto) che non ha scelto questo. Potevo io obbligare “un sentire” che non c’è, una “comunione” di mente-cuore che è spezzata?

     Amore è una parola difficile, che allude a tante cose. L’amore fra due persone coinvolge in maniera così complessa e misteriosa il nostro corpo, il nostro cuore, la nostra mente. E’ un’alchimia che coinvolge i “territori sconosciuti” dell’anima. Un’alchimia come può essere sancita “per contratto”?

     

    L’uomo non osi separare ciò che Dio ha unito.

     

    Premetto che di questi tempi ho una certa difficoltà a mettermi in sintonia con tutti coloro,  e ce ne sono tanti in giro purtroppo, che parlano della Sorgente per farne un discorso, una prescrizione, o peggio per motivare conflitti e violenze.

    Naturalmente non mi riferisco alla formula liturgica ad inizio paragrafo, ma alla sua interpretazione.

    Ci sono teologi che la traducono diversamente, ma, come accennavo, non voglio, e non ne avrei la capacità, fare un discorso in tal senso.

    Quello che volevo condividere è che,  me ne vado sempre più convincendo, “quel che Dio unisce” nessun uomo o donna può separarlo  davvero. Quello che si “separa” è già separato.

    Non voglio con questo alludere ad una “leggerezza” che, ahimè! Non ha nulla a che vedere con quello che si vive durante una separazione.

    E’ che la vita fluisce davvero, di nascita in nascita, di morte in morte.

    A volte, le cose finiscono. Accade.  Accade con dolore. Mi ritrovo a pensare che spesso le istituzioni religiose vorrebbero “per decreto”, con tutte le buone intenzioni, cancellare questo dolore; così, purtroppo, finiscono non di rado per crearne altri quelli che nascono dal giudizio, dalla colpa, dalla condanna, dalla “finta compassione”.

    La vita, ora che la vedo con qualche anno in più rispetto ai “tempi delle certezze”, mi sembra sempre più simile ad un acqua che scorre. E’ una metafora d’oriente che mi sembra faccia cogliere di più “il senso” di quanto è accaduto; e che apre il tempo o lo spazio del perdono.

     

    Verso una vita nuova

     

    Se cerco di riprendere o fili di quanto sta accadendo ora posso trovare dei “momenti forti” che hanno segnato il percorso.

    Quando ho compreso che era fondamentale vivere tutto quello che vivevo all’interno di un processo di individuazione, come Jung chiama quel lavoro che coincide con tutta una  vita di cui “conscio e inconscio si compenetrano”.

    Questo è significato “uscire dalle certezze”, aprirmi alla vita e agli affetti, senza negare la ferita, senza difendermi, andare per “territori sconosciuti” ricontattare “parti d’anima” perdute, anche  solo per comprendere che ero ancora vivo e che ciò era prezioso.

    Quando ho vissuto il calore e l’accoglienza dei “compagni di viaggio”, del padre spirituale e dell’amica che mi ha accolto come ero e non come sarei dovuto essere, di chi ha mostrato di volermi bene davvero, senza giudizi. Questo forse è la cosa più importante di tutte. Più passa il tempo e più lo sento.

    Ora , sto vivendo una vita nuova. Con meno certezze sicuramente.

    Quando mi alzo la mattina guardo volentieri il cielo a dispetto di tutti i dolori e di quel che accade al mondo, che continua a generare paura ed incertezza.

    Sotto al cielo ci sono montagne e gli alberi, e trovo tutto questo un grande dono, e vorrei darlo anche ha chi non lo ha.

    A volte sento una grande gratitudine ed il bisogno di ringraziare la Vita e la sorgente della vita.

    Mi piacerebbe poter dire, come Agostino nelle confessioni, (cito a memoria e perciò non sono sicuro delle parole) che se anche fossi giudicato “eretico” continuerò a voler bene a tutte le donne e gli uomini di questa comunità universale che si riconosce nella Vita del Maestro di Nazareth.

    Non so cosa mi porterà ancora la vita. Mi sembra di accettarla di più, anche se molte volte contattando il dolore ho la sensazione di non aver fatto grandi passi.

    Ho una certezza: il Viaggio Continua.

     

    Pier Paolo Patrizi

     

     

    IN ATTESA DI UN ABBRACCIO

    “Un padre racconta”

    Quando Elio Cirimbelli mi ha chiesto di raccontare per iscritto la mia storia, ho accettato con un entusiasmo forse un po’ troppo affrettato. Non è facile riassumere quanto è accaduto, o meglio come io ho percepito gli eventi che mi sono occorsi negli ultimi quattro anni della mia vita di marito, ma soprattutto di padre.

    E forse un’esposizione troppo personale finirebbe per non interessare chi legge.

    Cercherò allora di accennare, senza riferimenti diretti, ad alcuni problemi che insorgono allorché una coppia si separa, e che sono molteplici e complessi: ai reciproci risentimenti e rinfacciamenti per il vissuto di decenni, che ad un certo punto viene da uno od entrambi i coniugi dichiarato deludente e mortificante, si sovrappongono, unilateralmente o reciprocamente, ostilità di ogni genere; a volte vengono coinvolti i familiari delle rispettive famiglie d’origine, nonché, e questo è il dato più sconfortante ma, stando alle statistiche, anche il più frequente, i figli, che, nella migliore delle ipotesi, rimangono equamente distanti dai due genitori in conflitto.

    Ho evitato non a caso di usare il termine “equidistanti”, perché lo ritengo corrispondere ad un atteggiamento più positivo di quello che in realtà si sviluppa nei figli di genitori che si separano: equidistanza ha il sapore di una eguale vicinanza, mentre nel caso in questione si ha purtroppo più propriamente un eguale allontanamento da entrambi i genitori.

    La separazione dei genitori, piaccia o non piaccia sentire questa verità, per i figli è sempre un trauma, anche quando pone fine a situazioni per loro stessi insostenibili. E’ come per la morte di una persona cara da tempo ammalata: egoisticamente si vorrebbe che la malattia non finisse mai, solo pensando alle sofferenze del paziente ci si augura, per il suo bene, che esse finiscano presto; nondimeno, di fronte alla morte esplode tutta la disperazione e l’irrealizzabile desiderio di richiamare in vita la persona cara. Così è per i nostri figli quando “muore” la loro famiglia.

    Ma in alcuni casi più infelici degli altri, al figlio non è dato nemmeno di rimanere “equamente distante”: è il caso degli schieramenti, dalle conseguenze psicologicamente devastanti, alimentati da condizionamenti ispirati dal reciproco egoismo.

    È ciò che, a seguito della crisi coniugale tra me e mia moglie, è capitato a nostra figlia. I suoi capisaldi affettivi sono stati sconvolti e, anche se la tempesta ora è finita, lei è rimasta alla deriva, aggrappata a sua madre come ad una zattera, convinta chissà come, che sia stato io ad aver voluto deliberatamente condurre al naufragio la sua nave di nome Famiglia.

    Credo in Dio e, ogniqualvolta penso a questo stato di cose, mi viene sempre in mente il titolo di un racconto dello scrittore russo Lev Tolstoj: “Dio dice la verità, ma non lo fa subito”. Prima o poi, infatti, nostra figlia capirà che ogni separazione è frutto di una reciproca “collaborazione in negativo” protratta in silenzio, a volte per anni, e volta a demolire l’edificio dell’unione tra due partner. Spesso i due diretti interessati non sono nemmeno consapevoli di questi reciproci sforzi degni di miglior causa, o lo divengono solo quando si manifestano i primi sintomi importanti, quando cioè, come nel caso di alcune temibili malattie, è ormai troppo tardi.

    A nostra figlia è evidentemente difficile accettare le circostanze senza additare un colpevole, e io accetto di buon grado che lo faccia con me, se ciò l’aiuta a tirare avanti.

    Negli ultimi quattro anni l’ho rivista per più di tre minuti di fila soltanto due anni e mezzo fa, quando, in uno squarcio di sole estivo durato due settimane, io e mia moglie saremmo stati sul punto di riconciliarci. Il tentativo non ebbe fortuna, ed io ripresi a non vederla più…

    Dire che non ne soffro sarebbe una falsità, ma vero è, che anche nella peggiore delle situazioni bisogna essere in grado di mantenere un contegno dignitoso, ed è per questo che, dopo una separazione di fatto durata tre anni, ho imboccato consapevolmente e concordemente con mia moglie la strada di una civile separazione legale consensuale, rinunciando ad ogni conflitto e ad ogni rivalsa, trovando un accordo su tutto e cercando di intraprendere uno sforzo comune volto ad aiutare nostra figlia.

    A più riprese il centro ASDI, ed in particolare Elio Cirimbelli, si è rivelato la fonte più accreditata di utili consigli, informazioni ed indicazioni che mi hanno molto aiutato a gestire la crisi. Ho coinvolto mia moglie anche in consulenze psicologiche, che hanno di certo giovato ad entrambi ed hanno fornito a me un apporto prezioso per consentirmi di “tarare” le mie azioni al fine di non ferire la sensibilità della figlia e consentirle una vita più serena possibile.

    L’ho incontrata in centro proprio qualche tempo fa, e ho fatto con lei un pezzo di strada col mio anziano cane al guinzaglio (preso a suo tempo per desiderio della figlia, e “rifiutato” dopo la crisi) ed un gran nodo in gola. Le ho parlato, emozionatissimo; lei mi ha ascoltato, ma non mi ha risposto.

    Da non molto ha un ragazzo che le ha regalato una gattina, e benché il mio cane sia cresciuto con una gatta in casa e sia quindi tutt’altro che aggressivo nei suoi confronti, difficilmente gli verrà data ancora quell’ospitalità che, volente o nolente, portava nostra figlia pur sempre a ricordare i bei tempi andati in cui la sua famiglia era ancora una certezza nel suo cuore…

    Ora Natale è passato, e nonostante mi venga ampiamente riconosciuto ogni diritto di vederla, è stato il quarto di fila in cui non ho potuto farle gli auguri di persona, le ho dovuto dare il regalo da lei desiderato per mano di mia moglie, comprato sempre grazie alle indicazioni di quest’ultima…

    Ma non dispero. La ragazza prima o poi si dovrà pur chiedere se la figura di padre, che ricambia la sua freddezza con instancabile affetto è compatibile con quella che si è andata chissà come formando nella sua testa da quando il matrimonio dei suoi genitori andò in crisi.

    E allora forse un bellissimo giorno questa giovane donna sentirà il bisogno di tornare a parlare con suo padre per rivedere la propria opinione su di lui, ed il dispiacere, che non potrà non provare rendendosi conto di averlo fatto soffrire per niente, svanirà nella gioia di suo padre, che l’abbraccerà forte, chiedendole solo di non smettere mai più di volergli bene.

    O forse, come ebbe modo di dirmi impietosamente un amico rimasto attonito di fronte alla risolutezza del rifiuto della ragazza, può darsi anche che il coperchio della mia bara venga chiuso senza che la figlia sia ritornata sui propri passi.

    Rischi che un padre corre di buon grado, ringraziando Iddio di avere una figlia in buona salute, affezionata almeno a sua madre e che, con i suoi quasi diciott’anni, si è appena affacciata alla meravigliosa esperienza della vita.

    Se nel suo cuore qualcosa si è spezzato, mi sono prefisso di riuscire, anche e soprattutto convincendo sua madre di quanto sia importante che mi aiuti senza ipocrisie in questo, a far sì che nostra figlia riprenda i rapporti con me.

    Questo è adesso uno degli scopi fondamentali della mia vita, e trovo sia comunque il dovere di entrambi noi genitori nei confronti di chi non siamo stati in grado di preservare adeguatamente dalla crisi che ha investito la sua famiglia, in cui aveva una fiducia incondizionata e da cui si sentiva protetta e tutelata. Dobbiamo riuscire a farle capire che, se una famiglia è venuta meno, le sono rimasti due genitori che le vogliono più bene di prima.

     

    Un padre

     

     

     

     

    L’AVVOCATO RISPONDE

     

     

    Avv. David Biasetti

     Molto spesso si rivolgono o scrivono al nostro Centro persone le quali chiedono chiarimenti in merito alle più svariate situazioni che si trovano a vivere in un momento difficile della loro vita che è la separazione. Da qui è nata l’idea di creare nel nostro giornalino uno spazio dove i nostri esperti daranno delle risposte a quanto viene chiesto  

     

    Un lettore ci espone di essersi legalmente separato con la moglie, e come in conseguenza dell’affidamento dei due figli minori quest’ ultima avesse conseguito anche l’assegnazione in uso esclusivo della casa coniugale. Essendo detto immobile in regime di comunione legale, e peraltro gravato di mutuo fondiario, lamenta di essere comunque tenuto a pagare le rate di mutuo senza poter utilizzare l’immobile, e chiede quindi se è possibile imporre alla moglie una vendita. dell’ appartamento stesso.

    Il lettore ci propone uno dei casi più scottanti e sul quale si verifica uno dei maggiori contrasti a livello giurisprudenziale. Come già esposto negli articoli precedenti, il genitore affidatario dei figli minori, generalmente la moglie, consegue anche l’assegnazione della casa coniugale, volendo la legge evitare che i figli, vittime della separazione, vengano a dover abbandonare il proprio habitat per effetto del disaccordo dei genitori.

    Il diritto della madre perdura fino a quando i figli non abbiano raggiunto l’indipendenza economica, quindi anche oltre la maggiore età; quando gli stessi avranno raggiunto detta indipendenza non saranno più abbisognevoli di essere aiutati da parte dei genitori, avranno la possibilità di pagarsi una locazione, per cui viene a cessare questa sorta di privilegio del genitore affidatario, che aveva il diritto di utilizzare detto appartamento unicamente nella veste appunto di affidatario di terzi.

    Nessun dubbio che quando i figli avranno raggiunto detta indipendenza economica, anche se ancora residenti o conviventi con l’ex genitore affidatario, quest’ultimo dovrà fare i conti con il non affidatario, che come tale ha diritto di rivendicare la liquidazione della propria metà indivisa; quindi o le parti perverranno ad un accordo per vendere a terzi l’immobile dividendo il ricavato, o uno dei due rileleverà la quota dell’altro; ma se colui che ha il godimento di detto immobile non intenda addivenire ad un compromesso, il co-proprietario potrà iniziare un giudizio di scioglimento della comunione, chiedendo quindi che l’immobile venga venduto all’asta pubblica, con divisione del ricavato al 50%  tra i due co-proprietari o comunque secondo le rispettive quote di proprietà.

    Peraltro è assai difficile che in un giudizio di scioglimento della comunione l’immobile vada poi effettivamente venduto, in quanto le parti verranno avvisate dai rispettivi legali del fatto che una vendita all’asta comporterà comunque un realizzo assai inferiore al valore effettivo di mercato, e che quindi davanti al diritto potestativo del partecipante alla comunione di chiedere detto scioglimento e la conseguente messa all’incanto dell’ immobile, sia conveniente venderlo privatamente, o qualora vi sia possibilità riscattare da parte di uno dei due coniugi la quota dell’altro al valore di stima stabilito dal perito nominato dal Tribunale.

    Il problema sorge qualora il Tribunale abbia stabilito che l’uso dell’appartamento vada al genitore affidatario e l’altro genitore -qui il quesito del lettore-  intenda essere liquidato del valore della propria metà indivisa. E’ quì che si riscontrano le divergenze giurisprudenziali; la prima interpretazione vede il c.d. “diritto dominicale” del proprietario (esercizio del proprio diritto di proprietà) come prevalente rispetto alla statuizione che prevede un’assegnazione della casa all’altro coniuge, e che come tale abilita il co-propietario, anche a fronte di una sentenza di assegnazione in uso di detta unità all’altro, di chiedere lo scioglimento della comunione; ovvio come questa iniziativa, comprensibile se ci si mette dalla parte del co-proprietario, diventi spesso moralmente censurabile ragionando in una ottica più ampia, in quanto di fatto la vendita all’asta di detto immobile significherà che il genitore affidatario ed i figli finiscano sulla strada, pur percependo l’affidatario la metà del valore dell’immobile a seguito del suo incanto.

    A detta procedura si cerca quindi di pervenire unicamente qualora vi siano delle motivazioni reali, quali la possibilità da parte del genitore affidatario di godere di un altro alloggio, o quando l’immobile di cui viene chiesta l’asta abbia un valore tale che comunque il ricavato della metà consenta al genitore affidatario ed ai figli di poter comunque godere di una buona situazione abitativa.

    L’altro indirizzo giurisprudenziale invece vede nella sentenza di separazione un limite che non possa essere superato se non da un’altra sentenza; dovrà quindi essere il co-proprietario non affidatario a chiedere una modifica delle condizioni di separazione, ed una volta che per un motivo o per l’altro abbia ottenuto di far cadere detto diritto in capo all’affidatario di utilizzo esclusivo dell’appartamento, vedersi quindi aperta la strada per chiedere un giudizio di scioglimento della comunione; ovviamente il Tribunale dovrà verificare quali siano le motivazioni che colui che chiede detta  modifica delle condizioni di separazione può portare, perché se la sua richiesta fosse unicamente un riesame della vecchia statuizione che un tanto aveva stabilito, senza portare elementi nuovi, la domanda non potrà che essere respinta.

    Anche in questo caso la cosa migliore sarebbe fare imperare il buon senso tra i coniugi; di frequente infatti proprio all’atto della separazione si verifica un passaggio di proprietà, onde liberare il cedente dai mutui e fargli incassare una certa liquidità, che gli possa consentire di affrontare più serenamente il proprio futuro.

     

    SENTENZE

    Sorprendere la moglie con l’amante non autorizza il marito ad una condotta violenta

    Il tradimento del coniuge non giustifica la violenza

     Il marito che sorprende la propria moglie nella casa coniugale in compagnia dell’amante non è autorizzato a comportamenti violenti, ed in tal caso ne risponde penalmente. Lo ha stabilito la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione negando qualsiasi giustificazione ad un uomo che aveva malmenato la moglie a seguito della scoperta del tradimento. Secondo la Suprema Corte, per quanto riprorevole potesse essere stato il comportamento della moglie, il marito non merita attenuanti, poiché la violenza non può essere usata per “contrastare” l’adulterio. (1 giugno 2004)

    Suprema Corte di Cassazione, Sezione Quinta penale, sentenza n.22771/2004

    Contrasto con la Sacra Rota, l’adulterio non cancella il vincolo coniugale

    Matrimonio non annullabile per infedeltà del marito

     Il matrimonio non può essere annullato a causa dell’infedeltà del marito, poiché, contrariamente a quanto sancisce il diritto canonico, nel diritto civile l’adulterio non cancella il vincolo coniugale. Questo il principio stabilito dalla Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione che ha confermato la decisione della Corte di Appello che non aveva riconosciuto la sentenza ecclesiastica di annullamento del matrimonio per violazione dell’obbligo di fedeltà. Il caso riguardava un marito infedele che aveva tradito in più di una circostanza la moglie. Per questo motivo il Tribunale della Sacra Rota aveva sancito la nullità del matrimonio su richiesta dello stesso marito. Nel corso del giudizio di delibazione, cioè di recepimento della sentenza ecclesiastica da parte dell’ordinamento civile, era però emerso che l’infedeltà non può costituire causa di nullità del matrimonio civile concordatario, in quanto l’annullamento per riserva mentale, ammesso dal diritto canonico, contrasta con i principi del nostro ordinamento. La Suprema Corte ha ora confermato tale orientamento, e, di conseguenza, il marito infedele non potrà sottrarsi agli obblighi previsti dal diritto civile in caso di divorzio e statuiti dal giudice ordinario. (26 maggio 2004)

    Suprema Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, sentenza n.8205/2004

    Bocciato l’atto ministeriale che aveva negato l’aggiunta

    Si può aggiungere il cognome materno

     È possibile aggiungere al cognome del padre anche quello della madre in presenza di valide ragioni. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato respingendo un ricorso del Ministero di Grazia e Giustizia che aveva rigettato l’istanza di un cittadino che chiedeva di poter aggiungere al proprio cognome anche quello della madre. La Quarta Sezione ha affermato che il principio di tendenziale stabilità del cognome vigente nel nostro ordinamento non impedisce di derogare alla regola che permette di conoscere l’individuo solo attraverso il cognome paterno: infatti, in presenza di valide ragioni affettive e morali e quando si tratta di cognome di una certa notorietà, la legge consente di aggiungere all’originario cognome il cognome materno. Inoltre, nel caso in questione si trattava di una aggiunta e non di un mutamento del cognome, per cui non sorgeva alcun dubbio o incertezza sul reale status della persona (come invece sosteneva il Ministero). L’Amministrazione, secondo i Supremi Giudici Amministrativi, avrebbe dovuto valutare più attentamente le ragioni alla base della richiesta, considerato anche che il Procuratore generale aveva espresso parere positivo. (19 maggio 2004)

    Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quarta, sentenza n.2572/2004

    Condanna penale solo se si priva il coniuge dei mezzi di sussistenza

    Tagliabili gli alimenti all’ex moglie con lavoro stabile

     Non commette reato il marito che non paga gli alimenti alla ex moglie che ha trovato un lavoro stabile. Lo ha stabilito la Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione, che ha annullato la condanna per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare inflitta ad un uomo separato per non avere corrisposto alla ex moglie l’assegno stabilito in sede di separazione civile. La Suprema Corte ha infatti spiegato che, fermi restando gli obblighi in sede civile, il presupposti del reato in questione è la “sussistenza dello stato di bisogno dell’avente diritto alla somministrazione dei mezzi indispensabili per vivere”; pertanto, il reato scatta solo quando un coniuge fa mancare all’altro i mezzi di sussistenza, intesi come “ciò che è esattamente indispensabile, a prescindere dalle condizioni sociali o di vita pregressa dell’avente diritto”, come il vitto, l’abitazione, i canoni per le utenze indispensabili, l’assistenza sanitaria, le spese per l’istruzione ed il vestiario. (6 maggio 2004)

    Suprema Corte di Cassazione, Sezione Sesta Penale, sentenza n.14965/2004

    E’ un grave reato tenere comportamenti violenti e vessatori in casa

    Il matrimonio non è attenuante alla violenza sessuale

    Costringere la propria moglie ad avere rapporti sessuali contro la sua volontà costituisce reato di violenza sessuale senza alcuna attenuante. È quanto affermato dalla Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione a proposito del caso di un uomo che, ossessionato dalla gelosia e sentendosi rifiutato dalla moglie, aveva compiuto nei confronti della donna una serie di violenze fisiche e morali , arrivando perfino a seguirla in bagno, e per questo era stato condannato per maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale. Secondo la Suprema Corte, che ha confermato le condanne, il fatto che vittima della violenza sessuale sia la moglie non costituisce affatto una attenuante per la responsabilità del marito, che anzi deve essere ritenuto responsabile di tutti quei comportamenti vessatori consistenti in veri e propri maltrattamenti, compresa la violazione “delle più elementari norme di riservatezza”. (30 marzo 2004)

    Suprema Corte di Cassazione, Sezione Terza Penale, sentenza n.3343/2004