• ASDI: ESPERIENZA DA IMITARE

     

    Nell’ultimo mezzo secolo il senso del matrimonio è profondamente cambiato. Non ci si sposa più per “metter su famiglia” rispondendo a un’aspettativa sociale, ci si sposa in vista di un comune progetto di vita legato dall’affetto reciproco: il matrimonio è un mezzo, non è più un fine. Il rapporto di coppia ha acquisito un senso più alto e coinvolgente, ma si è reso, al tempo stesso, più fragile e reclamante un più elevato senso di responsabilità. Non fa meraviglia, allora, che le crisi matrimoniali siano sempre più numerose senza che ciò rappresenti un segno di patologia sociale. Tuttavia, proprio l’elevato coinvolgimento emotivo rende la crisi della coppia una fonte di acuta sofferenza per le persone: non si tratta solo dello scioglimento di un legame, ma della perdita di un affetto radicalmente importante, del fallimento del progetto della propria vita. Una sofferenza che si riflette sull’unica funzione sociale che resta alla famiglia, quella della cura e dell’allevamento dei figli.

    Ciascuno può valutare come crede, secondo il proprio sistema di valori, il fatto che il numero delle separazioni cresce, ma per nessuno è lecito trascurare la sofferenza delle persone. Il mutato modello familiare ha creato un problema sociale nuovo, che deve essere affrontato. Da ormai quasi vent’anni, pionieristicamente, l’ASDi si è dato il compito di offrire assistenza ai separati, senza giudizi e senza pregiudizi, proponendo un servizio che rispetta la sofferenza e aiuta le persone a risolvere in modo ragionevole i problemi che la crisi della coppia lascia aperti e specialmente il mantenimento di un buon rapporto tra entrambi i genitori e i figli.

    Un’amministrazione saggia sembra aver ben compreso il significato di questa innovativa esperienza di servizio che coniuga l’aiuto individuale alle persone coinvolte (mogli, mariti, figli, padri, madri) al sostegno all’unica insostituibile funzione sociale che ancora rimane alla famiglia, quella della genitorialità consapevole e responsabile. Problemi individuali e problemi sociali vengono egualmente considerati.

    Ciò che colpisce, ma non sorprende – in un momento nel quale il senso stesso del servizio sociale sembra appannarsi – è che la straordinaria esperienza dell’ASDi sia rimasta, sinora, senza imitatori.

    Valerio Pocar

     

    UN PROGETTO ASDI PER I “FIGLI DIVISI”

    Premessa

     

    La situazione di figlio di genitori separati sta diventando sempre più frequente in Italia. E’ una situazione che comporta inevitabilmente per il bambino (o ragazzo) momenti di crisi non solo nel periodo nel quale tale separazione avviene, ma anche nel periodo precedente e quello successivo.  Non si tratta, infatti,  per lui  solo di cambiare abitudini di vita e modalità di rapporto con i genitori: sono in gioco anche la qualità di tale rapporto, la possibilità di trovare sostegno nei genitori, i suoi processi di identificazione, lo stesso strutturarsi dell’immagine di sé e della sua identità sociale.

    Studi e l’esperienza professionale hanno dimostrato che i figli divisi

    sono più vulnerabili rispetto a coloro che si trovano a vivere in apparente normalità, ma individuare una connessione causale rigida tra il comparire di disagi psicopatologici e il divorzio o la separazione dei genitori è superficiale e spesso inconsistente. Invece di considerare l’evento “separazione” come di per sé fattore di rischio per lo sviluppo equilibrato del bambino e adolescente, risulta più fondato teoricamente e utile nella pratica sociale pensare la separazione come realtà processuale e multifattoriale nella quale il bambino si gioca attivamente con le sue risorse.

    In un progetto che si rivolge ai “figli divisi” vanno quindi individuati alcuni nuclei tematici, esperenziali e compiti di sviluppo tipici che caratterizzano il loro vissuto e vanno stimolate l’autostima, le competenze e strategie personali di coping, in un clima di de-patologizzazione e normalità della loro situazione.

    L’età è un fattore non di certo marginale riguardo gli effetti che una separazione e un divorzio possono avere sui figli. I compiti di sviluppo relativi ad ogni momento evolutivo si combinano in maniera particolare con le richieste che la condizione di figlio di separati comporta. La nostra proposta si rivolge agli

    adolescenti della fascia dai 12 ai 16 anni e ad un gruppo il più possibile omogeneo per età e sesso.

     

    Obiettivi

     

    Gli obiettivi della nostra proposta sono i seguenti:

    –          Riconoscimento delle proprie emozioni, sviluppo delle competenze comunicative, rafforzamento dell’autostima;

    –          Acquisizione di strategie nella risoluzione dei conflitti e di reazione a situazioni problematiche;

    –          Elaborazione del rapporto dipendenza/controllo, tematizzazione del senso d’impotenza, del senso di colpa e di responsabilità

     

    Setting

     

    Uno dei più significativi fattori di sostegno per i figli divisi è sperimentare un contesto sociale che trasmetta loro sicurezza, nel quale sono dispensati dal manifestare sentimenti di lealtà nei confronti dei propri genitori, possono esprimere e sperimentare le proprie paure e speranze, rafforzando la propria autostima. L’esperienza della solitudine, di inadeguatezza nel rapporto con gli altri è tipico del periodo adolescenziale. L’esperienza del conflitto e della delusione nelle relazioni significative, il maggiore investimento (e spesso invischiamento) emozionale e cognitivo nelle dinamiche familiari e una certa sensazione di diversità rispetto ai figli di famiglie “normali”,

    possono comportare ulteriori difficoltà nello sviluppo di una rete di rapporti sociali soddisfacenti, coinvolgenti e rassicuranti. Per queste ragioni il gruppo ci sembra la modalità migliore per offrire sostegno ad adolescenti che vivono la separazione dei propri genitori. Il gruppo di coetanei viene vissuto sicuramente con meno apprensioni, è più piacevole e rassicurante rispetto ad un intervento individuale con un adulto. La propria esperienza può essere condivisa, confrontata e quindi anche sdrammatizzata. La consapevolezza di condividere dei vissuti simili accresce la fiducia reciproca, dà forza e senso al sostegno vicendevole. I ragazzi si sentono compresi e sentono di poter comprendere. Nel gruppo così composto è possibile unire le proprie forze, condividere le proprie speranze e paure, mettere in comune esperienze e risorse.

    Il gruppo si caratterizza come semi-strutturato. Ogni incontro viene dedicato ad un argomento che si configura come filo conduttore e viene introdotto e accompagnato da attività e giochi.

    Particolare cura sarà rivolta nel prestare attenzione a ciò che emerge nel corso del lavoro con il gruppo: gli argomenti degli incontri potranno essere modificati in base all’andamento e alle necessità di approfondimento. La processualità stessa del piccolo gruppo e le dinamiche che si sviluppano attraverso le attività e la comunicazione (il “come”) e non solo i contenuti tematizzati (il “cosa”) saranno gli strumenti pedagogici per il raggiungimento degli obiettivi proposti.

     

    Accesso alla proposta

     

    Il gruppo si concepisce come spazio di autonomia per gli adolescenti, nel quale è possibile abbandonarsi con fiducia ed esprimersi liberamente. Per questa ragione è molto importante che il progetto venga presentato in maniera diretta ed adeguata agli adolescenti stessi, affinché la partecipazione sia motivata e aperta al mettersi in gioco. Gli adolescenti (più forse degli adulti) hanno paura di avvalersi di strumenti di sostegno sociali, per  il timore  di essere manipolati, non capiti o etichettati come “casi clinici”.

    Una prima modalità per presentare il progetto ai ragazzi può essere la scuola (magari con l’intermediazione di un professore sensibile alla tematica, dello psicologo, all’interno di un progetto, o durante un’assemblea). Altre possibilità sono rappresentate dai gruppi parrocchiali e scoutistici, centri giovanili o mediante la distribuzione di depliants.

    Nel caso la partecipazione venga incoraggiata dai genitori è importante che avvenga un colloquio col ragazzo, per superare le diffidenze e sottolineare il suo protagonismo rispetto al percorso.

    Dopo aver presentato il progetto al gruppo è essenziale dare la possibilità ai singoli di riflettere su un’eventuale partecipazione e dare la possibilità di informarsi in maniera non impegnativa e vincolante: l’ideale è approntare un indirizzo mail specifico per il progetto..

     

    Lucia Dorigatti

     

    LA CULTURA DELLA SEPARAZIONE
    Non si tratta della fine del mondo, ma della fine di un mondo.

    di Elio Cirimbelli

     

    Illustri psichiatri e psicoanalisti sostengono che la separazione e il divorzio sono da considerarsi tra gli eventi più stressanti che possono accadere a una persona.

    Gabriel Levi, docente di neuropsichiatria infantile dice: “La fine di un rapporto è un lutto grave e la persona deve essere aiutata ad elaborarlo altrimenti può accadere che la paura dell’ abbandono porti a uccidere una parte di sè che sono i figli. Oggi piaccia o non piaccia,  dobbiamo parlare della “cultura della separazione”

    Nella storia della coppia la separazione è una eventualità che spesso non è preventivata, addirittura non voluta, non desiderata, però può rientrare nella fisiologia della relazione. Non c’ è relazione a questo mondo che non sia esposta al rischio della separazione.

    E’ frequente in chi si separa, e soprattutto in chi si vede piombare addosso la separazione, considerare questa esperienza come la fine del mondo. Tutto il lavoro che noi possiamo e dobbiamo fare e che forse qualcuno può aiutarci a fare è comprendere che non di fine del mondo si tratta, ma di fine di “un mondo”, cosa che è completamente diversa. Attualmente, se osserviamo i dati delle statistiche notiamo che tantissime separazioni sono consensuali e tutto sembra freddo e ben regolato, ma chi ci lavora dentro sa che tutto questo non è vero.

    Il temine consensuale fa pensare che ci sia un consenso, quindi un accordo. Ma un accordo su che cosa? Un consenso su che cosa? Spesso la separazione consensuale è raggiunta attraverso un accordo tra gli avvocati e giorno per giorno la scuola, gli amici, tutto quelloche riguarda i figli è estraneo a ciò che è il consenso tra i genitori.

    Però il giudice ha già fatto quello che doveva fare: una consensuale. Intanto la vicenda
    continua perchè la vita reale non è soltanto quella del tribunale, ma è quella del condominio, della stanza, del lavoro, di altro ancora.

    Vista dalla parte del bambino quella della sua famiglia è 1’unica  vita e se non funziona questa non funziona niente. Se consideriamo la separazione come una patologia del sociale se ne ricava che chiunque è separato o divorziato è malato e se è malato deve essere curato.

    Se non c’è aiuto, la troppa burocratizzazione, la colpevolizzazione, il giudizio severo, la cattiva gestione del conflitto, tutto questo può rendere difficile e patologica la separazione. Separazioni e divorzi hanno anche costi economici altissimi e per separazioni altamente conflittuali sono inseriti anche i costi collettivi. Questi costi si possono anche calcolare, ma quello che è incalcolabile è il costo psicologico individuale; basta parlare con chi ci è passato. La separazione e i suoi problemi si estendono nel tempo, dal contesto personale a quello della famiglia d’origine  fino a raggiungere l’ambito scolastico, poi quello più largamente sociale e lavorativo e quindi in generale quello dei rapporti sociali.

    Ora non mi stancherò mai di dire che la separazione e il divorzio sono un fenomeno troppo sottovalutato nella politica sociale per la famiglia.

    Questo, secondo me, è una nuova “cultura della separazione”, la quale non deve coinvolgere soltanto il nucleo famigliare ma si deve rivolgere a magistrati, psicologi, avvocati. Non dobbiamo metterci in posizione di attesa (per dare una risposta immediata), ma deve essere fatto ogni sforzo per dare o restituire agli ex coniugi, ma sempre genitori, la responsabilità delle proprie azioni aiutandoli insieme a raggiungere una separazione soddisfacente per tutti. A queste condizioni,  allora sì che un aiuto esterno può essere determinante per uscire  da una grave crisi, perchè è vero che due genitori che non comunicano più hanno bisogno di un intervento esterno, ma se questo intervento è coattivo ( del magistrato) non funziona e non ha mai funzionato. Allora dobbiamo mettere a disposizione dei cittadini persone preparate che possano aiutare i genitori a comunicare, che
    non diano istruzioni ma che in modo neutrale facciano i mediatori .

     

     

     

    L’IMPORTANZA DEL PRIMO COLLOQUIO

     

    di Alessandra Negro

    Assistente Sociale presso l’A.S.Di.

     

    Il Centro A.S.Di. si occupa di persone che sono separate o divorziate oppure che stanno per intraprendere un percorso in questa direzione. Quasi per una forma di scaramanzia, nella maggior parte dei casi, ci si avvicina al nostro servizio unicamente dopo aver pensato all’eventualità della separazione: solo nel momento in cui un rapporto di coppia è in difficoltà, emerge l’esigenza di comprendere a fondo che genere di sostegno possa essere offerto dalla nostra Associazione per capire se si è nel posto giusto.

    Apparentemente mettersi in contatto con noi può sembrare una cosa banale, ma in realtà è già una conquista: quante volte ho sentito dire che prima di riuscire a fare una telefonata al nostro servizio si è presa in mano la cornetta cento volte e si è arrivati a comporre solo i primi numeri per poi riagganciare. Altre volte invece non si ha nemmeno la forza di fare questo e deve essere un amico o un parente che, preso atto della sofferenza di cui sta vivendo l’altro, decide di chiedere il nostro aiuto. Questo però può diventare un limite nel momento in cui il diretto interessato non è ancora pronto ad affrontare quanto sta accadendo.

    Sembrano passi di poca importanza, ma dietro ai quali si nasconde un significato più profondo: la presa di coscienza che nel proprio rapporto qualche cosa non va e che si sta andando in una precisa direzione. A questo punto la decisione di separarsi probabilmente deve essere ancora rielaborata oppure si deve imparare a convivere con una scelta di questo tipo, ma si è già pensato concretamente a questa come ad una opportunità.

    Vedersi di persona è il passo successivo. Spesso, però, non è sufficiente fissare data ed ora per cancellare i timori e le incertezze ed accade anche che all’ultimo minuto non si abbia la voglia o la forza per andare oltre e affrontare un incontro dove si parlerà di sofferenza e difficoltà: le proprie.

    Altre volte si riesce a trovare il coraggio solamente se accompagnati da qualcuno. Il rischio nel quale si può incorrere è quello di delegare completamente o quasi la responsabilità del colloquio a questa persona: parla tu tanto sai tutto oppure parla tu perché sono agitato/a e sicuramente mi dimenticherei qualche cosa di importante. Questi sono solo alcuni esempi delle difficoltà  che si creano in queste situazioni. In un momento così delicato è comprensibile la necessità di avere un sostegno; l’importante è che rimanga tale e che quindi chi accompagna non diventi il “protagonista della storia”.

    Per questi motivi, nel momento in cui una persona trova il coraggio di raccontare ciò che sta accadendo, assume notevole importanza l’impatto del primo colloquio presso il servizio. E’ un momento volto alla conoscenza della persona e del suo problema, con l’intento di far sì che chi si rivolge al servizio trovi uno spazio dedicato a sé ed abbia la consapevolezza che ogni storia è diversa,  e soprattutto,  che ognuno ha bisogno di tempi differenti per affrontare le proprie difficoltà.

     

     

     

     

    BIBLIOTECA

    Vi consigliamo

     

     

    „IL CORAGGIO DI AMARE …quando il matrimonio fa soffrire”

    di Gerald Foley

     

    “Si arriva al divorzio, pur non volendolo veramente.” Così si è espressa una signora separata da due anni. Può accadere che pur  amandosi, una coppia arrivi al divorzio?

    Può accadere che sotto la cenere di un amore finito, ci sia ancora un tizzone che vive?

    Rabbia, amarezza, delusione, disperazione, sono segni di una storia d’amore giunta al capolinea o forse il risvolto di un amore che è stato profondamente ferito? Il contrario dell’amore non è l’odio ma l’indifferenza.

    Questo libro nasce da una lunga esperienza denominata “Retrouvaille” (ritrovarsi), iniziata in Canada e presto sviluppatasi in molti paesi del mondo, ed ora anche in Italia, in cui delle coppie hanno sfidato se stesse e la loro forza d’amare, riuscendo a far rivivere una fiamma, a ridare nuova speranza alla loro vita e in tanti casi a riscoprire una dimensione più ricca e più feconda del loro amore.  (da www.Retrouvaille.it)

     

    Datevi i vostri cuori ma nounoun per possederli, perché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori…

    KH GIBRAN

     

     

    CONQUISTARE LA CAPACITA’ DI ASCOLTO E RESTARE AFFASCINATI DALLA SUA UNICITA’

    Di Dario Fridel

     

    uno dei sentimenti più gratificanti che io conosca sorge dall’apprezzare un individuo nello stesso modo in cui si apprezza un tramonto.

     

    Io conosco un’altra versione dell’aneddoto qui sotto pubblicato dalla redazione. In questo caso a rompere il disincanto di un certo modo di stare insieme è il coraggio di lei di concedersi almeno in occasione delle nozze d’oro il capriccio di non rinunciare a mangiare la mollica del pane per favorire quella che aveva sempre ritenuto una preferenza del suo consorte. Ci pensa parecchio e finalmente trova il coraggio di manifestargli la sua decisione. Grande è la sua sorpresa nel vederlo felice e sentirlo esclamare la sua soddisfazione perché anche lui si era sempre sacrificato a mangiare la crosta per amore di lei!

    Imparare a comunicare in modo “congruente” (cioè diretto), va di pari passo con l’imparare ad ascoltare in modo “empatico” (ossia in maniera che l’altro avverta che noi cogliamo il suo modo di viversi). E l’uno e l’altro aspetto richiede il coraggio di uscire continuamente dalla illusione che già ci si capisca. Un grosso pacchetto di tali illusioni, secondo me, si costruisce nella fase dell’innamoramento. Sono così incantata dal mio partner, da fermarmi solo sul positivo: la sua bellezza, le sue doti, la sua ricchezza, il suo carattere, la sua disponibilità, il suo piacere di stare con me. Gli aspetti negativi, o per me difficili da accettare, magari anche li vedo, ma è come se non ci fossero. Tanto è il bene che gli voglio che le rinunce non le vivo come rinunce. Il piacere che provo nell’essere stato scelto e nel sentirmi oggetto di ammirazione mi aiuta a metterle in ombra. In quella fase è ben difficile rendersi conto di quanto inganno si annidi in questa illusione di conoscersi già e di essere fatti l’uno per l’altro. Si è convinti che l’ascolto e la comunicazione funzionino e che l’amore impregni il nostro modo di stare insieme.

    Non c’è dubbio che l’innamoramento ci aiuta a decentrarci, ad aver piacere di dedicarsi all’altro; ma non c’è dubbio che nel contempo si finisce col classificare come amore anche la massa di egoismo (o meglio: di egocentrismo e narcisismo ) da cui siamo travolti. L’onda alta di questa spinta iniziale ha i suoi effetti nella coppia in genere molto a lungo. Si continua di conseguenza ad illudersi che quel sogno che abbiamo vissuto insieme troverà prima o poi la sua concretizzazione e che l’equilibrio di stile comunicativo che ci siamo dati allora non vada più rivisitato. Infatti il rimprovero che più tardi emergerà sarà:”Non sei più quella di una volta! Non mi vuoi più bene! Non hai più alcun interesse nei miei confronti!” Rimproveri e lamentele per l’appunto, che certo non alimentano l’amore. Messaggi che vanno nel senso di dire all’altro che lo vogliamo diverso: magari così come lo avevamo sognato. Chiedergli di cambiare è però la migliore maniera perché l’altro si chiuda, si difenda, non trovi più la forza di comunicare i suoi lati deboli. Ci vuole coraggio a permettergli di scoprirsi continuamente nella sua completezza e nella sua diversità. Questo passa attraverso la rivisitazione delle illusioni che mi ero costruito. E, credetemelo, c’è -ma solo alla fine!- una immensa soddisfazione in questa fatica a rintuzzare le proprie aspettative per coltivare una dedizione veramente disinteressata all’altro, man mano che si rivela “altro” da me e dai miei sogni. Il segreto perché questa fatica diventi piacevole sta nel coltivare l’ascolto “empatico”, nell’allenarsi a farsi compagno di una persona che impara a mollare le proprie difese e a consegnare se stessa senza più riserve. E’ la gioia dell’avvertire una crescente fiducia reciproca e sicurezza derivante dalla percezione di poter essere quello che si è. Infatti: in un clima di ascolto ammirato e non giudicante il mio partner imparerà ad andare in contatto con quelle parti che aveva sempre nascosto agli altri e a se stesso. Si sentirà accolto. Si andrà unificando. Troverà probabilmente la forza per dare il meglio di sé. Mi risulterà più chiara la sua unicità; e proprio ciò lo renderà affascinante. Coltivando e conquistando la capacità di ascolto empatico avremmo insomma aiutato il nostro partner a non nascondersi dietro la maschere che si era messo addosso e a uscire dalle dipendenze in cui era cresciuto. E sarà una soddisfazione! Una soddisfazione che verrà senz’altro ricambiata.

    Carl Rogers a proposito di un simile vero ascolto scrive: “Uno dei sentimenti più gratificanti che io conosca –ed una delle esperienze che meglio promuovono la crescita dell’altra persona- sorge dall’apprezzare un individuo nello stesso modo con cui si apprezza un tramonto. Le persone sono altrettanto meravigliose quanto i tramonti se io le lascio essere ciò che sono. In realtà la ragione per cui forse possiamo veramente apprezzare un tramonto è che non possiamo controllarlo. Quando osservo un tramonto non mi capita di dire:”Addolcire un po’ l’arancione sull’angolo destro, mettere un po’ di rosso porpora alla base, e usare tinte più rosa per il colore delle nuvole”. Non lo faccio. Non tento di controllare un tramonto. Ammiro con soggezione il suo dispiegarsi”. (Un modo di essere, pg.25 Ed. Martinelli)

    Addolcire un po’ l’arancione sull’angolo destro, mettere un po’ di rosso porpora alla base, e usare tinte più rosa per il colore delle nuvole”

     

     

     

    Poter arrivare a tanto potrà sembrare un’utopia. Da credente mi verrebbe da dire che solo quando si inizia ad ascoltarsi così si realizza la dimensione sacramentale dell’amore. E’ vero infatti che in ultima analisi solo Dio può avere un ascolto così disinteressato. Solo lui non si sente appesantito, minacciato o sminuito dalle nostre diversità. Eppure sono convinto che dietro i fallimenti matrimoniali c’è in questa epoca una aumentata sensibilità sul proprio bisogno irrinunciabile di venir accolti e ammirati per quello che siamo. Il così allagante insuccesso nella vita di coppia preluderebbe allora all’esigenza di fare un salto qualitativo nello stile comunicativo. Non a caso, quelli che hanno fatto l’esperienza del fallimento, spesso, -dopo la prima fase di sfogo e accuse sul proprio partner- incominciano a scoprire che è la comunicazione -ed in essa in particolare la capacità di ascolto- che non ha funzionato. Forte di questa esperienza di vita si incammineranno in nuovi tentativi di comunione di vita. In questa nuova situazione non si darà per scontato che l’ascolto “empatico” e la comunicazione “congruente” siano un dato ovvio. Ma gli errori saranno una continua scuola per migliorarsi e per intensificare il proprio rapporto e la gioia di riuscire ogni giorno a continuare a scegliersi.

     

     

     

     

     

    ANCH’IO SONO STANCA DI TE

    …ma spesso, purtroppo, non sentiamo nemmeno che cosa l’altro dice…

     

    Era il giorno delle nozze d’oro, e la coppia aveva avuto un gran da fare tutto il giorno con i festeggiamenti e con  la folla di parenti ed amici che erano venuti a congratularsi con loro.

     

    Apprezzarono molto perciò quando, verso sera, si poterono sedere da soli sotto il portico

    a contemplare il tramonto e godere un po’ di riposo dopo una giornata tanto faticosa.

     

    Il vecchio guardò teneramente la moglie e disse: “Agata, sono fiero di te!”

     

    “Che cosa hai detto?” domandò lei.

    “Sai che sono un po’ sorda. Parla più forte”.

     

    “Ho detto che sono fiero di te”.

     

    “Non ti preoccupare”, ribatté la moglie in tono di grande comprensione,

    “anch’io sono stanca di te”.

     

    Il perfetto ascolto è quello di chi ascolta se stesso più che gli altri.

    La vista perfetta è quella di chi vede più se stesso che gli altri.

     

    Perché non si può capire l’altro se non si capisce se stessi

    e non si può vedere la realtà dell’altro

    se prima non si è scandagliata la propria.

    Chi sa davvero ascoltare ti sente anche quando non dici nulla.

     

     

    ELOGIO DELLA TRISTEZZA

    Di Rosella de Leonibus

     

    Questo scritto è per chi non ha paura della tristezza. Se la temete, se non la conoscete, se preferite rimanere nel limbo, astenetevi prego, dalla lettura delle righe che seguono.

    Innanzi tutto, quindi prima di leggere, domandatevi se l’avete conosciuta, la tristezza, e se siete capaci di accoglierla, di tenervela per un po’ accanto, se avete il coraggio, di lasciare che esista, che abbia anche lei diritto di cittadinanza nell’anima, che possa essere conosciuta ed onorata come ogni altra emozione umana. Stiamo parlando del sentimento umano più negletto e maltrattato della nostra epoca, eppure  cosi presente. Quel sentimento che, quando non assume derive psicopatologiche, quando non assume il valore forte di segnale  di un disturbo depressivo, rappresenta forse una delle occasioni più importanti per aprirsi alla ricerca di un senso più personale, per superare i limiti del narcisismo dell’egocentrismo per ristrutturare la personalità su basi più ampie e più vere.

    Se da un lato l’esperienza della tristezza è dolorosa e talvolta carica di acuta sofferenza, dall’altro lato offre sempre anche la possibilità di un riscatto, del recupero di una autenticità più profonda. E perfino quando la tristezza si trasforma in disagio depressivo, perfino allora questa perdita di struttura, di significato , di energia vitale, conduce di forza la persona ad un maggior contatto con se stessa, ad una verità più chiara, alla rinuncia agli schemi di vita collettivi e piatti di cui la persona era rinchiusa.

     

    UN SENTIMENTO FUORI MODA

     

    E allora sia, elogiamo la tristezza. Proprio nell’epoca in cui quasi tutti i personaggi pubblici si sforzano di contrarre il muscolo zigomatico superiore, quello che fa sollevare gli angoli delle labbra, ma poiché questo meritevole sforzo non è accompagnato dal sorriso autentico degli occhi, le facce si trasformano in un ghigno sinistro. Elogiamo la tristezza nell’epoca in cui è diventato quasi obbligatorio essere felici, perfino per essere eletti, ora che la “normalità” psicologica sembra collocarsi su un leggero stato maniacale, connotato da questa effervescenza, da questa euforia (qualcuno dovrà pur dirci per che cosa) da iperattività, da estroversione e ottimismo.

    Il messaggio sottile è che se non si è “ su di giri” c’è qualcosa di sbagliato, e allora ecco l’equazione, errata nel presupposto, per cui ogni vissuto, emotivo di  questo tipo viene letto immediatamente come patologia depressiva. Allora bisogna tirarsi un po’ su, darsi un tono  e un’immagine, e guai a chi non si adegua: una bella pillola, di farmacia o di alta provenienza, e la felicità è servita. Si può alimentare l’illusione che qualcuno, qualcosa, un leader, una somma di denaro, una sostanza chimica, un miracolo, possano liberarci dal male oscuro”.

    Se non vi piace l’idea di diventare degli idioti eternamente sorridenti, telecomandati ed ossequienti, bisogna trovare il coraggio di stare un po’ in compagnia della tristezza

    Pensate è il primo sentimento che il giovanissimo “io” del bambino piccolo prova quando si accorge che lui o lei non è la stessa cosa della madre. E’ la consapevolezza in luce di essere un corpo e un sé distinti, è la perdita dell’eden, per diventare man mano umani, responsabili della propria vita.

    Tra l’altro, proprio ora che questo sentimento è così aut, ci fa piacere ricordare che nei secoli passati invece è stato molto valorizzato: per esempio dai medici e dai filosofi, secondo i quali la malinconia era una caratteristica dei grandi uomini. E dagli artisti, che vi vedevano un segno di sensibilità,  di quella inquietudine che non si accontenta del banale e del già dato. E dai saggi di tutte le fedi, che la consideravano un segno di umiltà e di coscienza della propria imperfezione.

     

    UN SENTIMENTO MOLTO UTILE

     

    Celebriamo la tristezza, perché raffina l’anima e la rende sensibile alle sfumature, e perché ci aiuta a ricordare che le cose che iniziano hanno una fine, e nessuna delle nostre esistenze si svolgerà come un film di Hollywood.

    Benvenuta la tristezza, perché ha come figlia la nostalgia, e come sorella la compassione e la commozione.Perché cancella ogni tentazione di onnipotenza, perché da spazio alla riflessione e al pensiero: chi ha sperimentato le sue vibrazioni sottili è diventato esigente e fine, e non sarà più molto facile farlo ridere a comando.

    E benvenuta la tristezza, perché ripulisce l’anima dalle illusioni, ci fa chinare la testa e guardare la terra da cui siamo venuti, perché ci fa compiere un tuffo nell’anima, così possiamo ricordarci di quanto è profonda. Perché ci ricorda  che gli altri esseri umani, le cose, il mondo là fuori, non esistono solo per soddisfare i nostri bisogni. Perché ci fa accorgere una volta per tutte che non siamo il centro dell’universo.

     

    VACCINO CONTRO LA BANALITA’

     

    Infatti chi è capace di essere triste è uno che non si accontenta di apparenze, che non si addormenta sugli allori, nè si illude facilmente. Non ha spento la sua sensibilità. Dà valore anche al sano e disincantato senso della realtà.

    Chi ha conosciuto la tristezza dà valore al passato, e più lo ha vissuto con pienezza, più coglie la sua assenza. Ma dà valore al suo presente, e non chiude gli occhi sulle ombre del mondo: permette che le ombre del mondo gli rechino turbamento. E non rinuncia ai sogni, perché sa cogliere la differenza tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.

    Chi ha  capacità di tristezza accetta i limiti, quelli della propria persona e quelli imposti dalle situazioni, è disincantato, non abbocca alle facili esche, è scaltro e non cede agli inganni.

    Ecco, è un sentimento educativo, perché chi sa essere triste non diventa grossolano, né superficiale.

    Sa riconoscere  i distacchi, i lutti, le assenze, e li onora col suo pianto. Sa riconoscere il dolore negli occhi degli altri, ed è capace di avvicinarlo.

    Chi ha accolto la tristezza da valore alla vita.

     

     

     

     

    LA PSICOLOGA RISPONDE

    Molto spesso si rivolgono o scrivono al nostro Centro persone le quali chiedono chiarimenti in merito alle più svariate situazioni che si trovano a vivere in un momento difficile della loro vita che è la separazione. Da qui è nata l’idea di creare nel nostro giornalino uno spazio dove i nostri esperti daranno delle risposte a quanto viene chiesto

    QUANDO SONO GLI UOMINI AD ESSERE LASCIATI

    di Chiara Lunel

     

    E’ già da un anno che sono separato per volere di mia moglie. Ho una figlia che incontro secondo gli accordi e che vive con la madre e il suo attuale compagno. Non mi do pace.  Gli amici, i parenti, la mia ex  mi dicono  tutti che mi devo rassegnare e che devo pensare al mio futuro. Ma quale futuro? Vedo  solo buio davanti a me.

    Lettera firmata

     

     

    Se fino a qualche anno fa erano soprattutto le donne a rivolgersi al nostro Centro per un aiuto psicologico,in quanto tradite, abbandonate o spaventate dalla solitudine conseguente ad una separazione spesso “subita”, oggi assistiamo ad uno scambio di ruoli. Chi ha bisogno di aiuto è l’uomo che viene lasciato. Si è già molto detto sulla “crisi” dell’uomo d’oggi che fa da contraltare all’indipendenza femminile, per cui non vorrei soffermarmi su ciò, quanto dar voce in questo spazio a quegli uomini così ben rappresentati dal lettore che ci scrive.

    Sono uomini feriti . Alcuni possono mostrarsi increduli, disorientati, vittimisti, altri esprimere rabbia,desiderio di vendetta e/o tanta paura. Si potrebbe dire che una reazione così forte nell’uomo probabilmente corrisponda ad un alto investimento affettivo che egli ha fatto sulla propria partner ricavandone un senso personale che con la separazione viene a perdersi  del tutto.

    Questa lettura rischia  però di rimanere astratta e di non  far risaltare la condizione emozionale di chi soffre.

    Sottolineo questo,  perché quello che per me è nuovo rispetto ad un tempo, è che gli uomini che chiedono aiuto sono anche gli uomini capaci, di manifestare il “dolore”.

    Pur riconoscendo che  a tutt’oggi molti nello svolgersi delle diverse fasi dolorose della separazione, utilizzano ancora  gli strumenti di potere che hanno a disposizione, e che solitamente sono di carattere economico, per placare i loro sentimenti di odio e vendetta, la capacità di manifestare il dolore in altri, può far sperare in un passaggio evolutivo  di genere del tutto nuovo.

    Mi riferisco alla speranza che si raggiunga una maggiore equità, comprensione e parità tra i sessi,

    in quanto entrambi dotati di un repertorio sostanzialmente uguale di forze istintive, capacità emotive e potenzialità intellettive.

    La capacità di poter  elaborare il lutto, affrontando consapevolmente i vari sentimenti vissuti, mi sembra un’opportunità nell’evoluzione psicologica dell’uomo tenuto conto che esso può avvenire solo quando l’esperienza inevitabile del distacco, attraverso il dolore, è diventata certezza interiore.

    (Il lutto per il dolore sofferto include anche il lutto per il dolore che è stato arrecato  a propria volta agli altri e quindi fa ricontattare altri momenti di vita in cui ci si è sentiti in colpa.

    Si può riguardare al passato e realizzare quanto si è stati ciechi verso i bisogni altrui oltre che sordi  ai propri desideri più intimi. Il lutto si riferisce alla perdita dell’altra persona oltre a ciò che si è perso della propria vita).

    Poter giungere a compimento di questo percorso, e solo così poter recuperare nuova energia da reinvestire nella vita, richiede  un tempo soggettivo e quindi non uguale per tutti.

    Le donne che hanno più esperienza nella manifestazione del dolore, possono dimostrarsi impazienti e poco compassionevoli per questa nuova condizione maschile e ciò può far loro mantenere, quale forma di rivalsa, posizioni rigide ed ostacolare  la realizzazione di accordi possibili.

    Il bisogno di  reciproco riconoscimento ed empatia nella storia di dolore che donne e uomini devono sopportare nei loro differenti  ruoli,  può restituire  invece dignità e valore alle persone coinvolte oltre che favorire la ricostruzione di un senso di completezza perduta.

     

    SENTENZE

    Inammissibili gli esami ematologici ai fini del disconoscimento di paternità

    L’adulterio non si può provare con gli esami del sangue

     

    Per ottenere il disconoscimento di paternità la prova dell’adulterio commesso dalla moglie non può essere fornita attraverso esami ematologici. Lo ha stabilito la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione, spiegando che, poiché l’azione di disconoscimento di paternità del figlio concepito durante il matrimonio è consentito solo nel caso in cui la moglie abbia commesso adulterio nel periodo compreso tra il trecentesimo ed il centottantesimo giorno prima della nascita del figlio, non è ammissibile la domanda del marito che, anziché dare prova dell’adulterio commesso dalla moglie in quel periodo, si limiti ad esibire i risultati di esami ematologici ai quali erano stati sottoposti il padre ed il figlio e che escludevano la paternità.

    Suprema Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, sentenza n.14887/2002

     

     

     

    Lo scarso interesse ad una occupazione può consentire il taglio degli alimenti.

    Assegno ridotto per l’ex moglie che non cerca lavoro

     

    Se la ex moglie separata non si adopera adeguatamente per cercare un lavoro il marito può ottenere una riduzione dell’obbligo alimentare. Lo ha stabilito la Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione decidendo il caso di una donna che, dopo la separazione, aveva smesso di lavorare, senza più cercare nemmeno una occupazione. È stato proprio lo scarso interesse al lavoro a determinare una riduzione dell’assegno alimentare che, negata in primo grado, era stata concessa in appello. La Suprema Corte, che ha respinto entrambi i ricorsi e le relative richieste, ha però confermato la riduzione dell’assegno alla ex moglie pigra la quale, soprattutto in considerazione della giovane età, aveva la possibilità di inserimento nel mondo del lavoro in una città del Nord Italia. Suprema corte di cassazione, Sezione Prima Civile, sentenza 18920/2003

     

     

     

    Gli atti di spionaggio sono vietati anche se l’intento è quello di salvare l’unità familiare

    Intercettare la moglie al telefono è sempre reato

     

    Il marito geloso che mette sotto controllo le telefonate della moglie commette reato, anche se mosso dalla volontà di salvare l’unità familiare. Lo ha stabilito la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione confermando la condanna ad otto mesi di reclusione per un signore che aveva fatto installare un apparecchio per intercettare le telefonate della moglie, sospettata di avere una relazione extraconiugale. Vana è stata la difesa dell’uomo, che aveva sostenuto di aver agito per legittima difesa, e cioè per salvaguardare l’unità della famiglia: la Suprema Corte ha confermato la condanna rilevando che installare apparecchiature con il fine di intercettare comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche costituisce sempre reato. (19 gennaio 2004)

    Suprema corte di cassazione, Sezione Prima Civile, sentenza 46202/2003

     

     

     

    Richiede la cittadinanza comunitaria e la residenza in Italia

    Baby bonus di mille euro per i secondi figli del 2004

     

    Le donne che avranno un secondo figlio dal 1° dicembre 2003 al 31 dicembre 2004 avranno diritto ad un assegno di 1000 euro. Lo prevede l’articolo 21 della legge 326/2003, che è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 274, del 25 novembre 2003. L’assegno spetta anche nel caso si tratti di figli successivi al secondo e sarà erogato dall’Inps su segnalazione del comune di residenza della madre. Le famiglie saranno informate dai comuni, all’atto dell’iscrizione all’anagrafe dei nuovi nati, e saranno invitate a certificare il possesso dei requisiti per ottenere l’assegno. Per riuscire ad avere i mille euro, la madre del bambino dovrà essere in grado di vantare la cittadinanza italiana o comunitaria e la residenza in Italia la momento del parto o dell’adozione. In caso di parto gemellare o plurigemellare, l’assegno sarà concesso dal secondo figlio in poi. L’assegno potrà essere chiesto anche per ogni figlio adottato nel medesimo periodo. La legge 326 è il provvedimento che ha convertito in legge il decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269. L’articolo 21 ha subito alcune modifiche in sede di conversione. Le parti modificate sono tra doppie parentesi.

    Legge 326/2003, articolo 21